Un’anomalia tutta italiana

Il Garante della Privacy, a conclusione delle dovute verifiche, richiamandosi ad un provvedimento del 21 dicembre 2017, ha emesso un’ingiunzione di pagamento di una multa da cinquantamila euro all’Associazione Rousseau, per non aver assicurato “adeguate garanzie di riservatezza agli iscritti” e per “l’accertata condivisione delle credenziali di autenticazione da parte di più incaricati dotati di elevati privilegi per la gestione della piattaforma“.

Dal punto di vista politico, la piattaforma mancava dei requisiti fondamentali di legittimità per l’e-voting, innanzi tutto per quanto concerne la segretezza del voto e dunque la legittimità degli esiti. Il voto era potenzialmente manipolabile.

Dal punto di vista della privacy la piattaforma mancava delle necessarie garanzie a protezione dei dati trattati.

Come noto, in risposta all’istruttoria l’Associazione è intervenuta adottando alcuni accorgimenti, ma grazie al GDPR, che è in vigore dal 2016, è bene ricordarlo, è suo dovere rispondere su quali dati vengono trattati, come vengono conservati, quali misure sono adottate alla protezione degli stessi, e quale uso ne viene fatto. Il consenso fornito dagli utenti deve essere consapevole ed informato.

La questione cinese ha sollevato giustamente un problema enorme dal punto di vista politico: attraverso la 5g la Cina verrebbe ad acquisire dati ed informazioni strategiche, sia dal punto di vista politico che militare. In molti si sono domandati se fosse lecito affidare a società cinesi, direttamente collegate con il governo, l’accesso a dati riservati potenzialmente strategici di paesi stranieri.

Ora, vi siete mai chiesti a chi attribuire la proprietà dei server Rousseau?
Appartenevano fino a poco tempo fa a wind/tre. Ora sono di Amazon.
In entrambi i casi parliamo di società straniere.

Come accade per la questione cinese, ritengo che la problematica trattata in questo post sollevi un problema politico di rilevanza strategica e d’interesse nazionale, a maggior ragione se si considera che il dossier del Garante della Privacy sulla vicenda ha dimostrato come nemmeno lo stesso garante sia riuscito nel compito di identificare i rapporti esistenti tra azienda, partito, e quindi i parlamentari eletti, e di conseguenza governo.

Chi sostiene ad esempio finanziariamente il costo dei server?

Come si giustifica l’eventuale passaggio di fondi da un’azienda privata collegata direttamente ad un partito politico al governo a favore di un’azienda privata terza?
E’ lecito o non è lecito domandarsi quale uso hanno fatto e fanno queste società dei dati raccolti mediante la piattaforma?
C’è il rischio che questi dati possano essere usati per fini differenti rispetto a quelli per cui sono stati raccolti?
Il fatto che tali dati siano in mano ad aziende private straniere può costituire un pericolo per la sicurezza nazionale?

Secondo l’organigramma dell’Associazione Rousseau Davide Casaleggio occupa il ruolo di Presidente.
Nell’atto costitutivo del Movimento Cinque Stelle, quello nuovo, firmato il 20 dicembre 2017, Luigi Di Maio e Davide Casaleggio sono riconosciuti come i nuovi soci fondatori. Davide Casaleggio è al contempo Presidente della Casaleggio Associati.

ll rapporto privilegiato della Casaleggio Associati con organi governativi costituisce o meno una violazione della libera concorrenza?
Costituisce o meno conflitto d’interessi?
Se un domani il Movimento Cinque Stelle decidesse di non avvalersi più della piattaforma Rousseau, è effettivamente libero di rivolgersi ad altri competitors?
Il rapporto che lega gli eletti alla società privata può mettere in discussione la legittimità delle istituzioni democraticamente elette?
Dato che, almeno in teoria, il voto degli iscritti sulla piattaforma veicola il voto dei parlamentari eletti, è possibile ipotizzare che la manipotabilità del voto sulla piattaforma si
traduca in manipotabilità dell’azione parlamentare?

Gli stessi dubbi sono stati sollevati da Jason Horowitz in un articolo comparso sul sito del New York Times il 28 Febbraio 2018, senza destare troppo scalpore in Italia.

Sono domande di cui l’opposizione avrebbe dovuto chiedere conto da molto tempo, magari si sarebbe palesato come il famoso “contratto” che lega (scusate il gioco di parole) i parlamentari del movimento al rispetto del vincolo di mandato, in barba all’articolo 67 della Costituzione, sia del tutto ridicolo, oltre che non nullo. Se non dal punto di vista legale, dal punto di vista politico avrebbe fatto tutta la differenza di questo mondo.

Forse un domani non troppo lontano l’opposizione si sveglierà da questo lungo sonno per sollevare questi stessi quesiti con un’apposita interpellanza, nel frattempo queste e molte altre domande che riguardano un’anomalia tutta italiana, restano senza risposta.

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