Se riusciamo a far andare a votare quella ‘maggioranza silenziosa’ in prevalenza favorevole al si…

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Potremo pensare seriamente di riuscire a sconfiggere l’antipolitica. Sono un riformista del novecento che non rinuncia a trasmettere valori e testimonianze. Votando si al referendum costituzionale domenica confermo la mia vocazione riformista. La questione centrale del referendum non è solo il superamento del bicameralismo, quanto piuttosto il rapporto Stato-Regioni, le competenze “concorrenti”  ed i relativi conflitti d’attribuzione, che per 15 anni hanno ingolfato la Corte Costituzionale e causato sprechi e ritardi per i cittadini e lavoratori, ponendo un grande freno allo sviluppo.. La riforma risolve il “conflitto”. Il Senato delle Regioni sarà il Senato dei territori e darà forza ad un sud oggi senza voce. Il mezzogiorno  sarà incardinato nel procedimento legislativo proprio attraverso il ‘nuovo’ Senato. Il peso elettorale e politico del mezzogiorno in passato ha fatto da contrappeso al potere economico del nord. Oggi il sud conta poco e niente. Eppure si tratta di un area di 20 milioni di persone, con la sua rete infrastrutturale, l’Università, la cultura, lo spirito imprenditoriale e creatività produttiva in crescita.

La forza del riformismo meridionalista nella politica italiana è stata sempre quella di non rinchiudere i problemi del Mezzogiorno in una dimensione localistica e protestataria. La questione meridionale è stata costantemente questione nazionale; e si è espressa attraverso una lettura riformista dei problemi istituzionali, di sviluppo economico e sociale, di crescita culturale, di piena valorizzazione delle risorse umane e territoriali.

Mai, nel meridionalismo dell’Italia repubblicana, si è persa di vista la dimensione europea e mediterranea, come contesto di interdipendenze alle quali bisognava necessariamente fare riferimento. Così come i problemi del risanamento e dello sviluppo del Paese, sono stati lo scenario nel quale veniva costantemente collocata la spinta per la crescita del Mezzogiorno, considerato risorsa essenziale per avviare un ciclo virtuoso dell’intera economia nazionale. Il “riformismo forte” che comincia dal Sud, non è, questa volta, una retorica invocazione, ma la presa di coscienza di un’occasione che deve essere utilizzata bene negli interessi della nostra gente e di tutto il Paese. Questa convinzione da senso e credibilità alla scelta di porre il Mezzogiorno come problema strutturale prioritario, riforma delle riforme.

Se vince il si, il 30% del nuovo Senato sarà espressione del mezzogiorno. 21 Sindaci e 74 consiglieri regionali che dovranno valorizzare le sue risorse e battersi per i suoi interessi in una ottica nazionale ed europea. Una visione  strategica che forse non siamo riusciti ad interpretare e a rendere comprensibile a quella maggioranza silenziosa che resta a casa e che prevalentemente è favorevole al SI. Se riusciamo a convincerli ad andare a votare cambierà l’assetto istituzionale a cui siamo abituati e si aprirà una nuova fase. Viceversa tutto resterà com’è oggi”.

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