Quando a licenziare è il Sindacato…

“è il momento della militanza attiva e della partecipazione”, necessaria per dirigere “collegialmente, unitariamente e confederalmente” l’organizzazione a partire da “alcuni vincoli precisi contenuti nel documento ‘Il lavoro è’. “So di avere di fronte un compito difficile  però posso assicurare che ci metterò tutto me stesso, con lealtà sincerità e testardaggine. E so di poter contare su una bella organizzazione di uomini e di donne pronti a tutto per battersi sempre in ogni luogo per affermare la giustizia sociale. E’ questa la Cgil che mi ha fatto innamorare”.

Caro Landini, sono parole tue. Pronunciate in occasione del congresso che ti ha eletto Segretario Generale della Confederazione Italiana Generale del Lavoro.

E’ il momento che tu le faccia valere nella organizzazione che dirigi perché quel “vincolo” de “Il lavoro è” valga davvero, a partire dal Sindacato nei confronti dei lavoratori suoi dipendenti.

Quando Iginia venne a lavorare in CGIL io ero segretario aggiunto della Camera del Lavoro. Il nonno era un vecchio sindacalista degli autoferrotranvieri. Un uomo leale e di grande dignità. Ci fu rappresentata la grave e delicata situazione familiare che richiedeva un “aiuto”.

Accadeva 35 anni fa e ricordo ancora con orgoglio che la segreteria convocò Michele Bramo, nonno di Iginia Roberti, per comunicargli che la CGIL aveva inteso “dare una mano” a quella sfortunata famiglia.

Provai la stessa sensazione che hai provato tu: innamorato del mio Sindacato…

Qualche settimana fa Iginia ha ricevuto la lettera con cui si dispone il licenziamento immediato per motivi di criticità finanziaria: “Siamo spiacenti di doverle comunicare con la presente il suo licenziamento per giustificato motivo oggettivo in conseguenza della crisi economica che ci ha colpito, con conseguente calo degli iscritti e dei relativi contributi sindacali, ed al cui esito si è reso necessario procedere alla riorganizzazione lavorativa interna ed all’ineludibile contenimento dei costi, con conseguente esubero di personale dipendente. Pertanto ci siamo visti costretti a sopprimere la posizione lavorativa cui lei risultava addetta, non essendo peraltro possibile individuare altra mansione, anche di natura inferiore, cui adibirla all’interno della nostra organizzazione e ciò anche in ragione della limitatezza della nostra struttura territoriale. Il licenziamento ha peraltro effetto immediato, dispensandola dal preavviso che le verrà regolarmente retribuito così come previsto dal Regolamento CGIL. La invitiamo, inoltre, a riconsegnarci entro le prossime 24 ore tutte le chiavi in suo possesso”.

Per carità, le ragioni saranno oggettive ma ciò che indigna è la sostanziale indifferenza nei confronti di una lavoratrice che per 35 anni ha affidato la sua vita alla nostra organizzazione. In passato si sarebbe cercata una soluzione. Si sarebbe attivata e sollecitata la concreta solidarietà della Confederazione verso altre categorie meno “povere”… niente! Silenzio assoluto. Da  un qualsiasi “padrone” si sarebbe preteso maggiore rispetto e comprensione. Io prima di firmare quella lettera mi sarei chiesto se valeva la pena continuare a fare il segretario del Sindacato che licenzia un suo compagno, una sua compagna. Si, avrei preferito dimettermi piuttosto che vedere la mia firma, il mio nome sotto una lettera di licenziamento. Mi sarei domandato dopo quella firma, quanto vale la mia credibilità con quei lavoratori  che dovrei rappresentare e difendere.

Credo che un tuo gesto, una tua parola siano indispensabili per ripristinare giustizia e solidarietà ma soprattutto per fermare una inqualificabile discriminazione che si vorrebbe consumare attraverso un assordante silenzio!

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