L’ossimoro di Landini: Jobs act…

Il Giudice ha rigettato l’impugnazione del licenziamento di Iginia Roberti: “Considerato che il patrimonio sociale della fillea-CGIL di Taranto è risultato inesistente per effetto delle perdite negli anni sempre più consistenti che tale situazione integra un giustificato motivo oggettivo di licenziamento in ragione della necessità di contenere i costi…”

So che alcuni proveranno a dirmi che “Le sentenze si accettano e non si commentano”. Lo considero un balordo luogo comune. Il  tentativo di nascondere la vergogna di chi ha deciso quel  licenziamento ed oggi può andarne fiero ed orgoglioso perché il giudice ha deciso che lo poteva fare. Quella sentenza non può impedirmi di esercitare il diritto di opinione che non cessa di esistere perché esercitato verso un provvedimento giurisdizionale.

Ma in ogni caso non è sulla Sentenza che intendo esprimermi. Avevo già detto che, comunque si fosse espresso il Giudice, il sindacato, la fillea-CGIL, ne sarebbe uscita sconfitta e lo confermo.

C’è stato un tentativo di conciliazione. E’ stato offerto alla ricorrente l’equivalente di 24 mesi di contribuzione per chiudere la vertenza. La signora Roberti lo ha rifiutato. Altri forse lo avrebbero accettato. Lei ha preferito affidarsi alla decisione del Giudice confidando che la giustizia le restituisse la dignità calpestata. Così non è stato! Ha ragione Maurizio Landini quando afferma che “questa legge rende solo più facili i licenziamenti. Hanno fatto una legge che non tutela la singola persona, ma il singolo imprenditore”.

Per tutta l’estate Maurizio Landini ha chiesto il blocco dei licenziamenti invocando il momento di coesione e responsabilità: “dovrebbe essere chiaro a tutti che subire un licenziamento per una persona è un dramma. La precarietà introdotta negli ultimi vent’anni – mettendo in discussione conquiste e diritti – non ha prodotto posti né migliorato la produttività delle aziende”.

Il Jobs act, ha più volte ripetuto Maurizio Landini, “riduce i diritti di chi lavora e rende tutti un po’ più precari. Un lavoratore può essere licenziato e demansionato. Non è questo ciò che ci serve, non è la strada da seguire perché si svalorizza ulteriormente il lavoro”. Ma è proprio quel che succede all’interno del sindacato che guida. Infatti mentre lui tuona contro il Jobs act, a Taranto la fillea-Cgil usa proprio quella norma tanto bistrattata, per licenziare una sua dipendente. Come dire che la mano sindacale sinistra chiede di “tornare a rappresentare il lavoro perché senza quella rappresentanza si perde,  si lascia il campo ai partiti populisti, ci si allontana dai bisogni delle persone” e al tempo stesso ignora(!?) quello che fa la mano destra che dinanzi al giudice va a sostenere la validità del Jobs act per licenziare, dopo 35 anni, una sua dipendente.

Io non contesto che il sindacato possa trovarsi in difficoltà e registrare esuberi. Contesto l’ipocrita e colpevole doppiezza! Era doveroso per la CGIL tentare una ricollocazione, come sempre viene chiesto quando si palesa una crisi aziendale. Per carità, le ragioni saranno oggettive ma ciò che indigna è la sostanziale indifferenza nei confronti di una lavoratrice che per 35 anni ha affidato la sua vita alla nostra organizzazione. In passato si sarebbe cercata una soluzione. Si sarebbe attivata e sollecitata la concreta solidarietà della Confederazione verso altre categorie. Da un qualsiasi “padrone” si sarebbe preteso maggiore rispetto e comprensione. Perdonerete l’autocitazione di chi ha vissuto parte delle sua vita nella CGIL, la continuo a considerare quella più importante e formativa: “Io avrei preferito dimettermi piuttosto che vedere la mia firma, il mio nome sotto una lettera di licenziamento”. Ma oggi è il tempo delle mascherine. Siamo obbligati  a portarle in pubblico, per strada. Sono una protezione verso gli altri e verso se stessi,  a volte servono anche a nascondere la faccia…

PRIMO PIANO