Le cittadine europee…

Le donne hanno sempre giocato un ruolo cruciale nelle migrazioni economiche a partire dal secondo dopoguerra, con notevole impatto sul mercato del lavoro e sulle economie dei Paesi non solo Europei. Le scelte femminili sono radicate  in un regime di solidarietà e responsabilità familiare, comportando profondi mutamenti negli stili di vita. Le stesse previdenze sociali a favore dell’infanzia sono unanimamente intese come aiuti forniti alla donna, quasi che i figli appartenessero soltanto a lei e non fossero, come sono, il frutto di una scelta e responsabilità di coppia e come se anche la società non fosse in prima persona coinvolta e responsabile nell’impegno di crescita dei suoi nuovi componenti. Le donne migrano sempre più spesso per farsi carico dei bisogni economici delle proprie famiglie, svolgendo il ruolo di capo famiglia, anche se corrono il rischio di rimanere confinate in settori poco riconosciuti e tutelati. I permessi lavorativi in Italia nel 1992 erano 120.000 e nel 2007 erano più di 500.000. Oggi la manodopera femminile di origine straniera  svolge nei Paesi d’arrivo funzioni caratterizzati dalle 3C (Clearing, Catering, Caring ovvero pulizie, lavori domestici e lavori di cura); ma non solo esiste una popolazione femminile europea che si sposta per lavoro rivestendo ruoli anche impiegatizi e dirigenziali:  sono soggetti attivi e titolari di diritti e responsabilità. Le relazioni si fanno transnazionali. Si lotta per guadagnare forme di integrazione locale per permettere di godere della dignità di Cittadine. La gestione transnazionale della vita economica e intima è condizionata dal tempo, dai costi e vincoli di natura politica, rottura e/o tradimenti dei legami di solidarietà. Il paradosso della configurazione transnazionale dei sistemi di welfare è che  per rispondere ai bisogni di cura di una parte della popolazione si attinge ad un bacino di persone provenienti dall’estero che si trovano a loro volta costrette a sperimentare la crisi di cura.

Uno strumento politico propositivo è il Bilancio di Genere: ovvero tenere in giusto conto le differenze tra uomini e donne all’interno di un determinato contesto socio culturale assumendo che i due generi ricoprono ruoli e responsabilità diversi e che quello femminile sopporta una condizione di svantaggio soprattutto in funzione dei molteplici ruoli ed obblighi che “tradizionalmente” gli sono ascritti. È necessario quindi indirizzare interventi che permettono alle donne di sviluppare pienamente le proprie capacità in ambito familiare, professionale e sociale senza essere costrette a sceglierne uno a discapito degli altri. Condizioni di uguaglianza delle opportunità compensa le mancanze del sistema: politiche pubbliche adottate a tutti i livelli istituzionali impattano diversamente su uomini e donne che rivestono ruoli e sono portatori di esigenze specifiche. Il BdG prende in considerazione l’analisi di tre punti: 1) il contesto, tesa a definire il profilo della comunità tenendo conto delle differenze di genere che insistono su aree specifiche e che identificano i bisogni della comunità; 2) analisi del Programma di Mandato, dei Piani Esecutivi di gestione, della Relazione Previsionale e Programmatica, ovvero degli Atti Formali; 3) analisi di bilancio e riclassificazione dei centri di costo in aree su cui insistono le differenze di genere.

Un esempio: in presenza di un forte incremento della natalità o presenza di nuclei familiari di madri single, che pone problemi nella conciliazione dei tempi e maggiore richiesta di servizi per l’infanzia, si può prevedere un potenziamento dei posti nell’asilo pubblico per il biennio successivo: pur non essendo le donne le dirette destinatarie, consentirà però alle madri che usufruiranno del servizio di restare nel mercato del lavoro. Sul lungo periodo il BdG produce risultati positivi verso l’equità di genere pur essendo gli indicatori  non neutrali ala  livello valoriale. E’ opportuno interrogarci sulle ricadute che determinate scelte politico-sociali avranno su i vari settori della popolazione. L’attenzione ai diritti fondamentali  delle donne valorizzi meccanismi che emergono dalle relazioni sociali primarie. Il diritto fondamentale alla persona non consente discriminazioni sulla base del genere, della classe e della nazionalità.

Maria Vittoria Colapietro (Massa Critica Ionio)

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