Intervento di Stefania Craxi al Congresso del PSI

 

Cari amici, caro Riccardo e consentitemelo, cari Compagni,
è sempre con grande piacere che accetto i vostri inviti e con sincerita’, credetemi, auguro a questa comunita’ che sento essere un pezzo della mia famiglia, le migliori fortune. Sono trascorsi tanti anni, troppi da quando sulla nostra comune casa si è abbattuta come una scure una tempesta di menzogne e falsita’, di ipocrisie e opportunismo, di odio e di violenza che segna la fine del primato e dell’autonomia della politica in questo paese e non solo. Tra pentimenti sinceri e lacrime di coccodrillo, molti, di certo, la maggioranza degli italiani, piangono la sua fine. Talvolta a farlo sono gli stessi che hanno contribuito con la loro doppia morale al nascere di una stagione di antipolitica che impropriamente oggi chiamiamo populismo. Vi hanno contribuito con i loro insuccessi, con la loro mediocrita’. Hanno nomi e cognomi, hanno storie, a differenza nostra, di cui si devono vergognare. Eppure, molti di coloro continuano a sparlare e a darci lezioni, penso a tal Bersani, un sinistro sinistrato che con le sue metafore è diventato una caricatura di se stesso, che continua a dire su Craxi che “certamente guai con la giustizia ne ha avuto e se li è anche meritati” teorizzando una complessita’ della sua figura. Premesso che di complesso c’è solo la loro ipocrisia, il loro continuo difendere una stagione che ha dato l’ardire di dirsi forza di Governo senza revisione, senza abiure e aggiungo, consentitemi, che quei guai se li è cercati, se li è meritati, non piu’ e non meno dei compagni comunisti. La differenza, e chiudo questo capitolo, è che Craxi ha pagato con la morte, con la tragedia dell’ esilio e loro invece ci hanno regalato il grillismo, il moralismo militante il giustizialismo e il Governo giallo/verde. Ci hanno regalato il declino del paese che tanto sul profilo economico, che dei rapporti internazionali, dall’Europa a Mediterraneo, rappresenta la cifra dei loro fallimenti. Solo dei dissociati e dei rinnegati che non hanno rispetto per la propria storia e per le proprie radici possono immaginare un futuro politico o anche solo elettorale con questi signori. Consentitemi di condividere con voi alcune riflessioni; “una pianta per germogliare deve avere radici”, è un principio di natura che però vale anche in politica. Le nostre radici, sono anche le radici di un Europa che abbiamo sognato e che non c’è piu’. E’ finito il progetto originario, è prevalsa la tecnocrazia nel silenzio di tutte le “famiglie europee”, tutte,che hanno perso quel legame valoriale ancor prima che politico e programmatico, per diventare dei centri di gestione e spartizione peraltro marginali rispetto i grandi interessi della politica comunitaria. A dieci anni dalla crisi greca, era il 2009, sono poche le riflessioni critiche e autocritiche. Eppure quella vicenda è stata uno spartiacque della storia politica della UE. Le parole di Junker in materia sono risuonate vuote, retoriche e completamente inutili. Non hanno avuto in se la forza della verita’. Sanno di un revisionismo senza revisione che perme accerto l’ideologismo europeo opposto a quello che l’ Europa ha rappresentato per tutti noi. Nulla, infatti, è cambiato e tutto continua come se nulla fosse. Il nemico sono i populismi, certo, ma ancora oggi si scambia il sintomo con la malattia. Sbaglia chi in Italia e in Europa pensa che bastera’ riportare queste forze in una dimensione elettorale piu’ accettabile perché i nostri guai spariscano d’incanto. Sono problemi che hanno radici antiche e profonde e bisogna raddrizzarle. Lo stato di cose createsi con i processi di globalizzazione e di formazione dell’ unione europea, con euro-regole ottuse, è stato presentato come un grande progresso democratico e di civilta’ proprio da coloro che oggi, pur denunciando alcuni effetti sociali spiacevoli, non vogliono stabilire un nesso tra la crisi di democrazia rappresentativa e la migrazione del potere dei Parlamenti verso sedi extrapolitiche. Per costruire l’ Europa che non c’è ma che noi vorremmo, è necessario capire che esiste un problema di cessione impropria del potere a strutture ademocratiche e tecnocratiche . E’ una stortura a cui bisogna porre rimedio non facendoci relegare in un dibattito sterile e di comodo che contrappone sovranisti a europeisti. E’ uno schema falso almeno tanto quanto è falso il bipolarismo italiano della seconda Repubblica. Per alcuni vecchi e nuovi maitre a penser , il fatto che possano esistere soggetti che non si rassegnano a questa perdita di potere democratico e che si ostinano a non voler accettare che la volonta’ della maggioranza si pieghi a primati del mercato e alle regole burocratiche equivale a essere antieuropeisti. Io penso che sia esattamente il contrario. Il problema, specie nel nostro Paese, è quello di restituire alla politica il suo primato e un qualche margine di autonomia nel determinare le scelte di fondo, le decisione strategiche delle comunita’ che sono tenute legittimamente a governare. La risposta alla crisi delle democrazie rappresentative nazionali passa anche dal dare vita a un’autentica democrazia europea. E questa è un ipotesi che non viene presa in considerazione ne dagli europeisti ideologici ne dagli antieuropeisti, ma è questo l’orizzonte a cui è chiamato a contribuire contribuire al nostra cultura . Il sistema italiano è in fase di profonda trasformazione ma nessuno ragiona piu’ con un idea di sistema. La cultura socialista delle riforme della grande riforma non attecchisce nella discussione pubblica e di certo non attecchisce nel nuovo corso del PD di Zingaretti una ditta in sedicesima che insegue il movimento cinque stelle – io ho la stessa preoccupazione di Fabrizio Cicchito – sul terreno del giustizialismo, della demagogia per un rapido incontro di Governo. Un campo, consentitemi, che non diventerebbe certo ospitale per la cultura socialista. Purtroppo sono molti e tutti poco idilliaci gli scenari che si stagliano presentato al nostro orizzonte. C’è il rischio per tutti di una riedizione peggiorata del bipolarismo dell’ultimo ventennio dove la golden cher rischia di essere alle ali estreme e non piu’ alle forze centrali o peggio ancora, allo schema gialloverde. Sono entrambi scenari di potere che non auguro ne a noi ne tantomeno al Paese. Per inverso, le forze politiche della ragione, gli uomini di cultura riformista e democratica hanno il dovere oggi piu’ che mai di immaginare senza schemi e senza preconcetti per costruire un futuro possibile che porti il paese fuori dalla palude. Abbiamo poche forze, è vero, ma abbiamo grandi abbiamo grandi idee e sono sempre queste che nella storia degli uomini hanno reso l’impossibile, possibile. Se pensiamo che lo stesso ruolo internazionale del nostro paese, le nostre stesse alleanze storiche, che sono alleanze di civilta’, identitarie, valoriali prima ancora che di carattere politico/commerciale, sono messe oggi in discussione si comprende la portata della sfida a cui siamo chiamati. Se pensate che un vice premier del tutto e del niente, uno scapato di casa, come Di Maio esulta per un cargo di arance partito alla volta di Pechino mentre per intento – e non so se peggio, se per dolo o per incompetenza – svende il nostro Paese, la nostra economia il nostro sistema imprenditoriale i nostri asse strategici e la nostra liberta’, in primis quella di comunicare con riservatezza, alla Cina, capite bene i rischi che stiamo correndo. Solo chi come noi è figlio di una storia di liberta’, ha sempre agito seguendo la bussola dell’interesse nazionale che mai e poi mai ha però significato sovranismo, paura, ripiegamento in se stessi, può oggi riprendere il camino guardando al mondo, specie al bacino della nostra civilta’ del mediterraneo dove ci sono la nostra civilta’, il nostro ruolo e i nostri interessi. E’ questa la visione che ha un tutt’uno con una storia umana e politica tutta italiana . E’ la storia di un esule morto come egli ebbe a dire in terra straniera ma non estranea di cui il prossimo 19 gennaio 2020 i 20 anni della scomparsa. E’ come avrete capito,la storia di uno di noi, dell’ultimo grande leader della nostra comunita’ che ha restituito ai socialisti quell’orgoglio che mai avevano avuto nei vent’anni precedenti. E’ la storia di Bettino Craxi. Consentitemi proprio da questa sede di lanciare un appello in vista della prossima ricorrenza. Il giorno della sua morte, quel 19 gennaio ho giurato a me stessa che quella tomba non sarebbe mai rimasta sola, cosi è stato per 19 anni grazie al lavoro della fondazione Craxi e ai tanti compagni, amici, persone semplici, attori politici istituzionali spesso coloro che nulla gli dovevano e che non venivano da quella storia e che in questi anni lo hanno omaggiato. Nel ventennale della sua scomparsa penso sia giusto che mille italiani, mille nuovi garibaldini che sentono viva nel cuore l’esperienza di quella stagione e l’urgenza delle sfide che il nostro tempo è chiamato ad affrontare si rechino insieme in Tunisia, ad Hammamet, in quello che sara’ un grande evento, una grande ricorrenza per un grande italiano. Sara’ un anno il 2020 ricco di eventi e di iniziative in cui sono fiduciosa ci ritroveremmo insieme tante, tante volte . Concludo dicendo che i tempi in cui viviamo sono difficili, siamo in preda non piu’ a una sola crisi di sistema lunga e perdurante ma una profonda della democrazia, della sua rappresentanza, e ad un serio disfacimento di civilta’ e di valori. Dovremo, credo, nel prossimo futuro, affrontare ancora una volta questa lunga transizione italiana che sembra non finire mai e abbiamo un dovere, ovunque collocati, di far si che il nostro Paese agisca restituendo alla politica la forza della critica e della ragione . Cio’ che le generazioni passate non sono riuscite a trasmettere e noi non siamo riusciti a trasmettere anche per effetto della distruzione sistematica della politica operata in questo tragico ventennio. Sono valori ideali e morali che pure hanno presieduto l’ Opa di trasformazione della realta’ operata dai nostri padri. So bene che il moltiplicarsi delle ricchezze, la globalizzazione, la liberalizzazione del mercato ormai trasformato in ideologia hanno creato nuovi squilibri sociali, nuove ingiustizie, nuove emarginazioni. So bene che tanti ideali e miti del passato sono oggi improponibili, so bene che la nostra cultura si nutre di critica e la professione di buoni sentimenti è guardata con sospetto e diffidenza e considerata sintomo di ingenuita’ ma è anche vero che vivono oggi solidarieta’ sociali prima sconosciute, che la scienza stra aprendo nuovi spazi affascinanti, che la politica , quella stessa politica negli anni trascorsi presentata in termini di avventura, di azzardo addirittura di mal affare ha saputo talvolta indicare altissimi traguardi di impegno morale e civile. Cari amici, abbiamo il dovere di difendere la memoria e l’imperativo di un rinnovamento culturale, politico, morale, che come ammoniva Craxi deve significare idee,uomini, linguaggi nuovi. Cio’ comporta la ricerca libera e critica di reale prospettiva di avvenire, il superamento coerente di esperienze che appartengono ad altre epoche ed un’adesione convinta al riformismo moderno e d’avanguardia capace di allargare i propri orizzonti e di comprendere le nuove realta’ che avanzano. La strada maestra resta di fronte a qualche volonta’ di rinnovare, di costruire, di progredire, per imprimere un nuovo slancio alla vita di quella che è e rimane una grande nazione nella vita democratica del nostro Paese. Bisognera’ avere il coraggio di navigare in mare aperto e come dicono le belle parole di una canzone italiana “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto sul futuro”.

Grazie. Stefania Craxi

Presidente fondazione Craxi, gia’ Senatrice, gia’ sottosegretaria agli esteri

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