In lode estrema e tenera di un conflitto…

“Tre anni fa l’addio a Marco Pannella. Una volta gli chiesi: ‘Ma perché parli così difficile per la gente comune?’. Lui: ‘Secondo te devo imbrogliarla con gli slogan?”

Riproponiamo un articolo che Sergio Talamo scrisse quando se ne andò:

Facile, ora, dirgli “grazie Marco”. Ora che non può più replicare. Lo ringraziano tutti, anche quelli che fecero linciare Tortora, anche quelli che hanno sempre riso a crepapelle del satyagraha del Mahatma Gandhi, anche quelli che lo hanno crocifisso perché era amico dei terroristi, dei drogati, dei froci, degli ergastolani e persino di Berlusconi. Anche quelli che hanno visto le Camere riempirsi di mediocri e avventurieri ma mai hanno pensato di metterci dentro lui, senatore a vita per premiare una vita di coerente amore per la politica pulita. Tutti parlano, ma solo perché sanno che lui tacerà. Questa volta Marco Pannella non ha finto di morire per rinascere, non si è imbavagliato per poter gridare di nuovo e più forte. Questa volta ha finito davvero di correre. Ora riposa. I rivoluzionari, i visionari, i religiosi come lui riposano solo così.

E’ morto da combattente, dicono tutti. Forse, ma anche da esausto. Non ce la faceva più, Marco. Questa è la verità. Negli ultimi anni sempre più raramente rovesciava sul prossimo contumelie e invocazioni, e sempre più spesso compariva assorto, perso in un pensiero, commosso chissà da cosa. Aveva l’orgoglio delle sue idee, questo sempre, ma non più la ferma convinzione che avrebbero vinto. Era rispettato da tutti non per ciò che diceva ma per ciò che era stato. In certi schermi sembrava un capo Sioux che raccontava di un mondo perduto; del “suo” mondo, cioè l’età aurea della politica italiana. Con Marco, la tv dei bisticci, degli agguati e dei travagli ritornava elegante e in bianco e nero. E inquadrava un altro tempo: la generazione dei politici che l’Italia ha seppellito come fossero i peggiori e che per un attimo rimpiangeva e rivedeva in lui. C’era un pezzo incandescente della nostra democrazia in quei capelli immacolati, in quelle rughe profonde come il dolore di esser stato sconfitto.

Si, tutto ciò in cui Marco ha creduto è ancora un miraggio. La democrazia trasparente, le regole al di sopra degli uomini, la sinistra liberale che combatte all’interno di un sistema bipartitico anglosassone, il senso pubblico e lo Stato laico, i diritti della civiltà che diventano patrimonio di tutti. Di un cammino lungo 50 anni gli restavano in mano poche tracce, qualche legge seguita ad un referendum vinto in un’altra epoca. Il resto… utopia, urlo nel vuoto. Marco era spettatore-ostaggio di un sistema che fingeva la civiltà politica di cui era privo.

Chissà se alla fine ci ha pensato, Pannella, anche agli errori, gli estremismi, i peccati di protagonismo che ha disseminato nei decenni. Chissà cosa lo guidava, quando preferiva essere il capo di una cosa piccola che partecipare ad una più grande. Chissà se ha riflettuto sul culto della personalità che ha sempre inchiodato le sue battaglie al solo suo nome, rendendo ogni dissenso illegittimo, facendo della scuola radicale una palestra giovanile che si abbandona non appena raggiunta la maturità. Chissà perché non ha mai voluto capire che per vincere bisogna convincere e coinvolgere. Che uno Stato non cambierà mai se nessun pannelliano guiderà mai un ministero.

Acqua passata. Oggi Marco Pannella è un’ombra gigantesca che sussurra e fuma, che trema nella voce e si curva come un giunco anche se non c’è vento. Uno lo guarda, nel suo ricordo, e resta senza fiato. Chi crede nella politica come arte dell’impossibile gli vorrà sempre un bene dell’anima. E chi ha avuto persino la fortuna di conoscerlo, lo ricorda straripante e vulcanico, ma soprattutto vero: rideva e si accendeva negli occhi, si schifava di qualcosa o qualcuno, poi gettava il cuore sempre un po’ più avanti. E ti diceva a quattr’occhi le stesse cose che diceva alle telecamere

Come dite? Che su questo, su quello e su quell’altro non siete stati d’accordo con lui? Ma è proprio per questo motivo che dovete volergli bene. Marco ci ha conservato, sin da ragazzi, il gusto di pensare, discutere, duellare su un’idea. Il gusto di crederci, insomma. Guardateli, gli altri: fantasmi inespressivi nonostante le medaglie del potere che suonano. Guardateli, e poi toglietevi il cappello davanti a quest’uomo che ha perso.

Sergio Talamo

 

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