Il giunto liberaldemocratico del rinascimento europeo

Questa volta il voto alle europee è davvero complicato e devo confessare che anche per uno come me che finora si è nutrito di pane e politica la scelta non è semplice. Il voto è complicato non solo per chi per formazione e cultura guarda a sinistra ma anche per l’elettore il cui cuore batte a destra. In quest’area della politica europea il PPE tradizionale roccaforte del centro l’ha fatta da padrone poiché da solo ha sempre coperto l’area del moderatismo europeo dal momento che le destre organizzate sono state nel Parlamento europeo sempre gruppi residuali che hanno contato poco e si sono ritagliati il ruolo della protesta antisistema.

In questi anni, devo dire propiziati anche da inefficienze e da eccessivo burocratismo della macchina che non è riuscita nella maggior parte dei casi a far spendere ai vari stati membri le pur ingenti risorse finanziarie disponibili, cavalcando l’onda della protesta antisistema europea quando non addirittura alzando la bandiera dell’antieuropeismo tout court, sono nati alla destra del PPE i cosiddetti partiti sovranisti nei paesi dell’est, il cosiddetto gruppo di Vicegrad capitanato dal presidente dell’Ungheria Orban e, in occidente, Marine le Pen e Salvini. Di questo il PPE non potrà non tenere conto nel prossimo Parlamento europeo perché sa che con essi dovrà fare i conti. L’unico dato positivo è che questi partiti uniti saldamente nella pars destruens, cioè nell’atteggiamento antieuropeo, lo sono meno anzi non lo sono affatto nella pars construens cioè nella capacità di costruire un progetto organico che li veda concordi su degli obiettivi comuni. Non lo sono sul piano della ripartizione degli oneri e sulla definizione dei criteri di ripartizione delle risorse, non lo sono sulla politica da seguire nei confronti dei  migranti. E d’altro canto se la logica nazionalistica è quella esplicitata in modo rozzo da Salvini in Italia del “prima l’Italia e gli Italiani” oppure quella seguita dal presidente ungherese Orban e da quello austriaco Kurz per i quali giustamente vengono prima gli interessi dell’Austria e dell’Ungheria e poi gli interessi degli altri Paesi compresa l’Italia è del tutto ovvio che Salvini non potrà contare sull’alleanza con Orban, Kurz e i polacchi. Ciò significa in concreto che per Salvini l’eventuale sforamento del tetto del deficit che gli permetta agibilità politica in Italia e problema dei migranti continueranno ad essere problemi solo suoi e dell’Italia.

Su questo terreno Salvini sa bene di non poter assolutamente contare sulla solidarietà dei suoi omologhi europei e che di alleanza con i sovranisti degli altri paesi non se ne parla nemmeno. Questo è un vantaggio per i moderati del PPE poiché alla loro destra non avranno un gruppo politico compatto e granitico. Se Sparta piange però Atene non ride. A sinistra la frantumazione è forse ancora più evidente poiché ripropone l’eterno dilemma tra sinistra legata ancora a parametri novecenteschi con al proprio interno addirittura frange di euroscetticismo (vedi Corbin in Inghilterra molto equivoco sulla brexit). Il PD per esempio così come adesso è strutturato cioè con il ridimensionamento di Renzi e del suo europeismo riformista e con il ritorno di vecchi arnesi del vecchio PCI come D’Alema, Speranza, Bersani ed Emiliano, nel prossimo Parlamento europeo porterà frange di cultura politica e logiche che faranno a cazzotti con l’europeismo moderno, transnazionale, capace di superare gli egoismi degli stati nazionali, che punta a costruire l’Europa dei popoli tramite il progressivo superamento dell’Europa degli Stati.

Finora tra PPE e gruppo socialista l’intesa è stata possibile poiché sostanzialmente l’incontro in Europa avveniva tra gli eredi diretti dei partiti europeisti novecenteschi. Oggi le cose sono radicalmente cambiate non solo perché sono cambiate le culture all’interno dei due schieramenti storici ma perché si sono affacciate in Europa altre forze politiche e movimenti di estrazione differente che con l’ispirazione delle correnti europeiste storiche non hanno assolutamente nulla in comune. E allora si profila all’orizzonte la necessità di una nuova forza politica che avendo le radici piantate nella solida tradizione europeista di Spinelli, Brandt, Palme, Craxi, Gonzales sappia guardare avanti verso la costruzione di un’Europa, laica, moderna, progressista, che superi i vecchi schemi e traguardi il futuro.

Personalmente per i documenti che leggo, per esempio l’appello “Renaissance” del Presidente francese Macron per cambiare l’Europa e sconfiggere i nazionalismi e le prese di posizione ufficiale dei vari capi di stato e dei leaders europei Macron e il suo partito En marche si presentano come il nuovo e gli interpreti più moderni e aderenti a questo modo di intendere l’Europa. Già perché l’Europa del futuro deve essere un’Europa capace di liberarsi degli orpelli del passato e guardare oltre, capace di aprirsi al mondo, di confrontarsi con il mercato globale e di costruire la propria competitività rispetto a paesi che si sono affacciati prepotentemente nell’economia globale come Cina e India che viaggiano ormai al ritmo del 7/8% di pil all’anno e a Paesi come Russia e Stati Uniti che hanno fatto saltare le alleanze tradizionali per pensare in proprio. Gli stessi Stati Uniti non potranno più essere visti nei prossimi anni come quegli alleati rassicuranti che sono stati ma diventeranno sempre di più competitivi rispetto al vecchio continente. E tale mutazione storica sarà molto più radicale se si verificherà come è del tutto probabile la rielezione di un Trump ringalluzzito dai successi di un’economia che è cresciuta sull’idea dell’America first.

E allora occorrerà che in Europa si affacci un nuovo soggetto politico che faccia da collante tra le due tradizionali correnti di pensiero che da sole non saranno in grado di reggere l’urto sia di forze interne come le forze sovraniste e nazionaliste emergenti che ci saranno nel nuovo parlamento sia delle forze esterne come America, Russia, Giappone, Cina e India che diventeranno sempre più pericolose perché sempre più competitive rispetto all’Europa. Un soggetto che abbia caratteristiche liberal democratiche, che garantisca le quattro “libertà di movimento” (di persone, beni, servizi e capitali) su cui si fonda il funzionamento del mercato comune, che garantisca un welfar e un mercato del lavoro europeo per i ceti pi deboli, che traduca in eguaglianza sociale, centralità della persona, dell’individuo e della sua dignità e realizzazione dei diritti individuali l’essere cittadino europeo.

Questa è la vera sfida del futuro in Europa cioè l’abbattimento delle barriere non la costruzione di muri che l’irresponsabilità degli stati ha costruito e che la storia si è incaricata puntualmente di abbattere come è accaduto nel 1989. Se vogliamo costruire davvero l’unità europea dei popoli e non una semplice aggregazione di Stati questa è la direzione di marcia.

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