“era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare”

Noi Socialisti eravamo convinti che la trattativa fosse l’unica strada per salvargli  la vita.

Si erano delineate due posizioni diverse della politica verso il rapimento: da un lato, il cosiddetto “fronte della fermezza” che escludeva qualunque possibilità di trattativa con le BR,  in cui si schierarono rigidamente i comunisti, la Democrazia Cristiana, il governo Andreotti nel suo complesso; dall’altro un fronte favorevole a ricercare soluzioni che potessero salvargli la vita, e tra questi si distinsero subito i socialisti, e Craxi in particolare. La famiglia espresse la propria ostilità verso la “linea della fermezza”. Il 10 aprile venne diffuso il comunicato n° 5 delle BR con una lettera di Moro indirizzata a Paolo Emilio Taviani. Due giorni dopo, il 12 aprile, i Gruppi parlamentari della DC alla Camera ed al Senato aderirono alla “linea della fermezza” assunta dalla Segreteria del partito. Il 15 aprile, nel comunicato n° 6 delle BR, si annunciarono la conclusione dell’interrogatorio e la sua condanna a morte di Aldo Moro. Il 20 aprile Aldo Moro scrive una lettera drammatica a Benigno Zaccagnini: “Che non avvenga, ve ne scongiuro, il fatto terribile di una decisione di morte presa su direttiva di qualche dirigente ossessionato da problemi di sicurezza, come se non vi fosse l’esilio a soddisfarli, senza che ciascuno abbia valutato tutto fino in fondo, abbia interrogato veramente e fatto veramente parlare la sua coscienza”. Il giorno dopo, il 21 aprile, è lo stesso Papa Paolo VI a rivolgersi agli “uomini delle Brigate Rosse” per liberare Moro: “vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”.

Numerose furono le missive che Moro scrisse a personalità politiche, in cui chiese incessantemente di aprire una strada di trattativa. E le insinuazioni circa la possibilità che Moro scrivesse sotto uno stato di coercizione, furono smentite categoricamente dallo Statista.

Craxi volle insistere nel ricercare non solo vie di contatto con le BR, ma anche una soluzione possibile per trattare la liberazione di Moro. Il vecchio avversario di Moro, Amintore Fanfani, fu l’unico a schierarsi per esplorare una via di trattativa. Ma la DC ed il governo Andreotti rimasero fermi sul no.

La sera dell’8 maggio, Fanfani incontrò a Palazzo Giustiniani una delegazione di socialisti per una ipotesi di scambio. Si assunse la responsabilità di fare, nella Direzione centrale della DC del mattino successivo, alcune dichiarazioni in favore di uno scambio.

Alle 13.50 del 9 maggio venne trovato il corpo di Moro nel bagagliaio di un’auto parcheggiato a Roma in via Caetani. Ai funerali di Stato, alla presenza di Papa Paolo VI, non partecipò la famiglia, in polemica con chi non volle salvargli la vita.

Nel 2008, in un libro dello scrittore e regista franco-canadese Emmanuel Amara, Steve Pieczenik, ex funzionario del Dipartimento di Stato Usa e ‘superconsulente’ del Governo italiano ai tempi del sequestro rivelò: “Abbiamo ucciso Aldo Moro”.“Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro”.

Psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo. Era lui “l’esperto nordamericano del Dipartimento di Stato U.S.A. che indirizzò e gestì l’azione dello Stato italiano con le Br”. La sua presenza al Viminale fu interpretata, da molti, in quegli anni, come una sorta di “controllo” Usa sulla vicenda che coinvolgeva un Paese decisivo negli equilibri Est-Ovest.

Pieczenik rivendicò di aver finto di intavolare una trattativa con le Br quando invece “era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare”. Da un certo punto in poi tutta la sua azione mirò a far sì che le Br non avessero altra via d’uscita che uccidere Moro, fatto questo che avrebbe risolto la gran parte dei problemi che rischiavano di far conquistare all’Italia libertà, sovranità e indipendenza dagli Stati Uniti d’America.

Emmanuel Amara spiega che il momento decisivo arrivò quando Moro dimostrò di essere ormai disperato. Su quella base si decise l’operazione della Duchessa, ossia il falso comunicato delle Br, scelta questa presa nel Comitato di crisi. “I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro”.  “Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. E’ in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle Br. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo”. Pieczenik nel libro/intervista ammise la sua strategia: “Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia”.

Pieczenik raggiunse tre obiettivi: eliminare Moro, impadronirsi dei nastri dell’interrogatorio e del vero memoriale dello statista italiano, costringere le Br al silenzio.

Noi Socialisti eravamo convinti di dover trattare per salvarlo ma restammo soli con la sua famiglia.

Qualche anno dopo quella “ragion di Stato” non ebbe più senso,fu accantonata nella presunta trattativa Stato-mafia sulla “tematica del 41 bis”, il carcere duro che i capimafia cercavano di far revocare. Ma questa è un altra storia…

 

 

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