Don Peppino…

Era il saluto che mio padre gli rivolgeva incontrandolo. Non c’è un solo Comune, in Italia, privo di una piazza o di una via dedicata a Giuseppe Garibaldi, con monumento o targa che lo ricordi. A Napoli dove con Papà e Mamma ci recavamo a trovare zia Rina, sorella maggiore di mio Padre, appena usciti dalla stazione, Papà si portava sotto il monumento realizzato nel 1904 da Cesare Zocchi e si toglieva il cappello per omaggiarlo. Poi mi diceva sorridendo: “era un imbroglione simpatico”…

Non so da che cosa derivasse questa sua convinzione. Poi col tempo lo compresi…

Garibaldi rispecchiava l’animo di una borghesia in gran parte ancora pionieristica e avventurosa ma che non rischiava neppure il proprio pennello da barba.  Si limitava a sognare mondi da conquistare, viaggiando con la fantasia. Massone mazziniano poco più che ventenne,  si accompagnava a bande di delinquenti e ladroni oriundi italiani da lui guidati intorno ai grandi fiumi e ai mari che lambiscono i confini dell’Uruguay, dell’Argentina e del Brasile. Perfino le sue vicende amorose con Anita ebbero un inquietante risvolto, dal momento che non si è mai compreso come sia morto e dove sia stato seppellito il pescatore primo marito della donna.

Ma forse l’episodio più illuminante è quello passato alla storia con la frase “Qui si fa l’Italia o si muore”.

Nella battaglia di Calatafimi più che la strategia furono decisivi il  tradimento e la corruzione. 3 mila borbonici addestrati e ben armati s’arresero a mille garibaldini poco avvezzi all’uso delle armi e animati solamente da spirito d’avventura. Basta rileggere quanto scritto dagli storiografi al seguito dello stesso Garibaldi per rendersi bene conto di quello che inaspettatamente e scandalosamente avvenne a Calatafimi.

Una “fede di credito” di 14 mila ducati presso la filiale partenopea del Banco di Napoli, risultata falsa all’atto della riscossione, pagata al generale  Landi dallo stesso Garibaldi.  La polizza sarebbe risultata falsificata, poiché, in realtà, aveva un valore di soli 14 ducati. La faccenda finì sui giornali suscitando un enorme scandalo che, si disse essere stato la principale causa dell’ictus che provocò la morte del Landi.

Dunque mio Padre aveva ragione a definirlo benevolmente un simpatico imbroglione. Quanto al simpatico di certo le maggiori simpatie le riscuoteva fra le donne che impazzivano per lui. Tanti furono i messaggi appassionati che riceveva che decise di far pubblicare un appello dicendo che chi voleva una risposta doveva inviargli assieme alla lettera anche l’affrancatura per il riscontro…

Non si formalizzò mai a proposito dello stato sociale delle donne di cui si invaghì né era schizzinoso nello sceglierle: dalle governanti alle nobildonne, dalle intellettuali alla più semplici cameriere. Caterina Boscovich che lavorava nella Osteria della Colomba a Genova, pazzamente innamorata di lui, la cameriera Teresina Cassamiglia, la verdumaia Natalina Pozzo. La contessa Maria Martini della Torre, figlia del generale Salasco,  Emma Roberts, aristocratica vedova inglese, la giornalista Jessie White, Madame Louise Colet, poetessa libertina e spregiudicata, la gentildonna londinese Mrs Deidery, Mary Selly, moglie di un deputato inglese, che lo aveva ospitato non immaginando che il generale avrebbe tradita la sua fiducia. Un’altra illustre conquista fu Esperance von Schwartz Brand, baronessa bella e raffinata. Quando il generale si ritirò la prima volta a Caprera sedusse la sua giovane cameriera Battistina Rovello, figlia di un marinaio, analfabeta, e bruttina. Garibaldi, una volta commesso il fatto, si prontò a sposarla, ma poiché non era stato ancora dichiarato vedovo di Anita, non potè farlo. In seguito si legò con la pittrice, scultrice e poetessa Elisabetta von Streikelberg. Garibaldi ebbe tre mogli. La prima fu Anita, che per la precisione si chiamava Ana Maria Jesus Ribeiro de Silva, da sei anni sposata con un pescatore, Emanuele Giuseppe Duarte, di cui si persero le tracce. L’Eroe la conobbe in Sudamerica, e cfu forse il suo più grande amore, sempre vicina a lui nel periodo più drammatico della sua vita e che morì a ventotto anni, dopo avergli dato quattro figli Menotti e Ricciotti, Rosina e Teresita. La seconda fu Giuseppina Raimondi, una marchesina lombarda, che Garibaldi sposò quando aveva cinquantadue anni. Fu quella l’esperienza più grottesca che Garibaldi ebbe con una donna. Il padre della Marchesina Raimondi ospitò l’Eroe per qualche giorno nella propria villa, a Como, giusto il tempo perché Garibaldi s’invaghisse della giovane. Il generale folle di passione, la chiese in sposa, e il padre acconsentì subito alle nozze. Quando i due si sposarono, appena usciti dalla chiesa, qualcuno mise nella mano del generale un biglietto che l’Eroe lesse sul sagrato diventando subito paonazzo. Nella missiva c’era scritto: “sappia che sua moglie è incinta”. Garibaldi si fece serio, e tuonò rivolto alla sposa: “È vero? Siete incinta?”. La sposina arrossì. Lui masticò tra le labbra “Allora siete una puttana!” e la lasciò sul sagrato: quella volta il “pacco” lo avevano fatto a lui…

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