DIFENDERE LO STABILIMENTO SIDERURGICO PER UNA NUOVA VISIONE STRATEGICA DL TERRITORIO

Da anni ormai il “caso Ilva” occupa le cronache nazionali. Da anni si discute del destino del siderurgico, costruito a Taranto nel 1960 e ancora oggi ritenuto “strategico” per il Paese.

E’ necessario quanto indispensabile che Governo ed Istituzioni locali lavorino ad una nuova visione strategica del nostro territorio per salvaguardare occupazione, ambiente e salute, attraverso “il cantiere Taranto” annunciato dal Presidente del Consiglio.

Il settore dell’acciaio è fondamentale ma Taranto ha bisogno di diversificare la sua economia. Non possiamo più permetterci di non salvaguardare la salubrità dei lavoratori e degli abitanti un territorio che ha una chiara e vitale vocazione sempre più turistica nonché agricola. Occorre attivarsi anche con le industrie di trasformazione del prodotto per rilanciare l’economia produttiva della filiera del mare, del settore agricolo e agroalimentare.

Serve una nuova visione strategica dell’area Ionica che sia guidata dal Comune capoluogo. Come ha giustamente affermato il Sindaco Rinaldo Melucci, questa crisi, nonostante tutto può rappresentare una opportunità, se consentiremo alla Comunità Ionica di svolgere sin da principio un ruolo da protagonista. Per farlo è fondamentale che recuperi una dimensione unitaria. Una identificazione basata sulla condivisione di interessi, bisogni, valori e storie di vita in un senso di appartenenza alla collettività, che deve rappresentare l’impegno reciproco assunto dagli individui e dalle Istituzioni al fine di alimentare e realizzare i valori e gli obiettivi comuni. Massa Critica Ionio ritiene che l’azione di cittadini consapevoli e responsabili sia un modo per far crescere la nostra Città, attraverso la tutela dei diritti e promuovendo la cura quotidiana del Bene Comune.

 

Per capire come si è giunti a una delle più gravi crisi industriali e ambientali della storia d’Italia occorre attraversare il rapporto fra Taranto e il siderurgico. L’esplosione del consumo di acciaio degli anni Sessanta comportò una continua ridefinizione della programmazione produttiva dell’impianto, inizialmente impostato su un output annuo di 3 milioni di tonnellate. Nel dicembre 1970 si decise di portare la capacità produttiva complessiva di Taranto a più di 10 milioni di tonnellate. Se nel lungo periodo gli effetti sull’ambiente si sarebbero rivelati devastanti, nell’immediato quelli sull’economia – occupazione e reddito – furono molto positivi: fra il 1961 e il 1971 il reddito complessivo della provincia di Taranto crebbe a velocità quasi doppia rispetto alla media italiana e soprattutto a quella delle altre aree meridionali, mentre gli occupati della provincia aumentavano da 40.000 a 70.000.

Taranto sempre città’ di serie B?

La crescita di Taranto proseguì per tutti gli anni Settanta e nel 1980 il quarto centro siderurgico raggiunse il picco dell’occupazione, con poco meno di 22.000 dipendenti diretti, ai quali andavano aggiunti circa 10.00 addetti nelle aziende dell’indotto.

Taranto per lunghi decenni è stata città capitale industriale. Capitale della Marina Militare italiana, della Siderurgia. La cantieristica navale formò una classe operaia e di tecnici di primissimo livello. Insieme all’Arsenale c’era la scuola allievi operai e sotto ufficiali, il centro di arruolamento di tutta la Marina. Non dimentichiamo la Sar. Ma intorno alla siderurgia si svilupparono grandi luoghi di formazione, ricerca e progettazione ingegneristica. L’Ancifap, il Centro Sperimentale Metallurgico, la Italimpianti erano avanguardie in Italia ed Europa con centinaia di ingegneri. La Simi, costruiva manufatti per il mondo (il ponte che unisce Svezia e Danimarca). Gli oceani ancora testimoniano della grandezza degli operai e ingegneri della Belleli: furono qui prodotte le più imponenti ed importanti piattaforme petrolifere del mondo. Poi, tante aziende metalmeccaniche di grande rilevanza con mercati terzi rispetto a quello siderurgico. Tale situazione fu merito delle lotte operaie che vollero una vera diversificazione produttiva. Chi non ricorda il Circolo Vaccarella, la stagione teatrale Italsider. Luoghi di un’offerta culturale di elevatissimo livello ma nel contempo non luoghi elitari. Essi erano frequentati da tutte le classi sociali. Per non scordare gli internazionali di Tennis sui campi in terra battuta del Vaccarella. Quindi non è vero che siamo stati solo usati dallo Stato e soprattutto non è vero che Taranto è sempre stata città’ di serie B.

La crisi dell’impresa pubblica, la privatizzazione dei Riva, la frattura fra lo stabilimento e il territorio

Pensato come decisivo per lo sviluppo del paese, e del Mezzogiorno, il centro siderurgico ha avuto un ruolo preminente nei confronti del territorio: l’impatto prima economico e poi ambientale, il modello di sviluppo, l’organizzazione del lavoro sono stati messi in discussione da ampi strati della società ionica.

La crisi dell’impresa pubblica, la privatizzazione con l’acquisizione dei Riva hanno determinato una profonda, insanabile frattura fra lo stabilimento e il contesto circostante. E’questo l’humus che ha alimentato il conflitto fra ambiente e lavoro, fra fabbrica e città e per il quale ancora non si intravede una via d’uscita.

L’acciaio in crisi

La crisi dell’ex Ilva è la crisi dell’acciaio europeo e italiano. Non solo Arcelor Mittal, l’intera industria siderurgica del vecchio continente è in crisi. Dalla fine del 2018 le industrie siderurgiche europee sono strette da due fattori: la crisi della Germania vicina alla recessione tecnica e in generale del settore dell’auto, l’altro è l’arrivo in Europa di un surplus di acciaio a costi competitivi per effetto dei dazi Usa contro paesi come Cina, Turchia, India. A questi dazi l’UE ha opposto un sistema di “quote libere” a tutela del mantenimento dei flussi tradizionali. Il meccanismo prevede delle quote di importazione esenti da dazi, superate le quali, scatta il dazio del 25%. Come riferimento sono stati presi i volumi di importazioni registrati nel triennio 2015-2017 maggiorati del 5%. Ma di fronte alla crisi dell’industria manifatturiera europea il sistema delle “quote libere” è risultato un palliativo. Troppo poco per frenare le massicce importazioni a prezzi stracciati.  A guadagnarci sono state soprattutto la Turchia, che ha aggiornato a luglio il record delle esportazioni verso l’Europa, e la Cina, le cui consegne nel blocco hanno toccato il picco di quattro anni mentre la produzione complessiva di Pechino raggiungeva i massimi storici, con un aumento del 2,2% nei primi nove mesi del 2019.

Lo scudo penale non è la licenza d’uccidere

Il persistere del rifiuto dello scudo penale rappresenta il pretesto fornito ingenuamente ad Arcelor Mittal per motivare il suo abbandono. Purtroppo il clamore mediatico, spesso incompetente quanto approssimativo, favorisce lo spregiudicato ricatto. Ma lo favorisce anche chi si ostina nel rifiuto dello “scudo penale”. Va detto fuori da ogni equivoco: non è una licenza d’inquinare e uccidere. E’ invece una protezione razionale per chi, in un determinato tempo stabilito e secondo precise prescrizioni, procede all’adeguamento e messa in sicurezza dell’impianto. Purtroppo anche in questo caso le urla approssimate ed incompetenti rischiano di provocare maggiori danni dell’altoforno stesso.

La complessa vicenda dell’altoforno 2

L’8 giugno 2015 vide la drammatica morte dell’operaio Alessandro Morricella. Di fatto, finora, non c’è nessuna sentenza della Magistratura che abbia definito cause e responsabilità dell’incidente mortale. Utili per comprendere in maniera compiuta i fatti oggetto dell’inchiesta ci sembrano le “riflessioni/interrogativi” dell’ing. Biagio De Marzo, già dirigente siderurgico a Taranto, Terni e Sesto S. Giovanni, già presidente di “AltaMarea contro l’inquinamento:  “il Tribunale penale di Taranto ha imposto lo spegnimento dell’altoforno numero 2 se non si completano talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019, nonostante gli “specialisti” ritengano tecnicamente impossibile rispettare tale termine.

Il sequestro di AFO 2 fu assunto “in attesa di conoscere le cause dell’evento anomalo che causò l’infortunio. Stante il sequestro con facoltà di uso, a metà 2019, a quattro anni dall’incidente mortale, la Magistratura ha disposto lo “spegnimento di AFO 2”, con motivazioni connesse a valutazioni del solo impianto accusatorio, basate su aspetti tecnici non accertati giuridicamente. Secondo l’accusa ci sarebbe una (indeterminata) mancanza di condizioni di sicurezza dell’altoforno per i lavoratori; secondo la difesa ci sarebbe stata una causa del tutto “esterna al forno propriamente detto”, innescata da un “evento umano”. Gli addetti ai lavori sanno che per “sbloccare la colata di ghisa”, il personale del campo di colata a volte applica maldestramente la procedura “confidenziale”, non ufficiale, popolarmente chiamata Nakadomè. Una procedura praticata in vario modo in tutto il mondo, non standardizzata, nè scritta, ma tramandata “alla voce” agli addetti da altofornisti giapponesi “che addestrarono gli italsiderini.

È auspicabile quindi, che la Magistratura accerti cosa è successo veramente su AFO 2, evitando che il Siderurgico di Taranto sia chiuso nel dubbio di malfunzionamento, ovvero se possa continuare a funzionare, ovviamente operando correttamente e realizzando i necessari lavori di sicurezza e antinquinamento, attesi i risultati e relativi provvedimenti del riesame dell’AIA e dell’effettuazione della VIIAS, anche preventiva, contro la quale Arcelor Mittal, non può e non deve opporsi.

Riprendere la trattativa

Il Governo è convinto che gli estremi per il recesso non ci sono. La procura di Milano ha aperto una inchiesta a seguito del ricorso cautelare da parte di ILVA contro Arcelor Mittal e il Tribunale di Milano nel fissare l’udienza il 27 p.v. ha invitato Arcelor Mittal a “non porre in essere ulteriori iniziative e condotte pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti”.  La Procura di Taranto, dopo l’esposto denuncia dei commissari ha avviato un’inchiesta con l’ipotesi di reato di distruzione di materie prime o di mezzi produzione con danni all’economia nazionale .  Quella che sta per aprirsi fra lo Stato il gruppo Arcelor Mittal sarà la battaglia legale del secolo con tempi ed esiti imprevedibili.

Diverso e certamente ragionevole sarebbe prendere atto della crisi e discutere su un diverso assetto dello stabilimento di Taranto attestando la produzione su quote diverse da quanto previsto nel contratto (da 6 milioni di tonnellate a 4,5 milioni) tenendo conto delle oggettive difficoltà di mercato. Ma ancor di più avendo consapevolezza che produrre di meno equivale ad inquinare di meno. Nel contempo si potrebbe procedere nell’adeguamento e bonifica degli impianti utilizzando i lavoratori in esubero e ricorrendo agli ammortizzatori sociali che il Governo deve garantire.

Spegnere l’acciaio Italiano, fermare i coils che escono dall’impianto di Taranto, come vorrebbe questa “curiosa coincidenza” fra Mittal e taluni “ambientalisti”, scoprirà ulteriormente e irreversibilmente il fianco all’importazione da paesi stranieri, pronti a dividersi il mercato con il rischio di un pericoloso sbilanciamento, nel presente e nel futuro di una produzione strategica.

I lavoratori non possono e non vogliono rendersi complici della morte dello stabilimento siderurgico.

La decisione comunicata dall’amministratore delegato Morselli di voler procedere allo spegnimento entro il 13 dicembre di Afo 2, fine dicembre di Afo 4, metà gennaio Afo 1, Agglomerato, Kocherie e centrale termoelettrica che si fermeranno a cascata con gli altoforni, rappresenta una scelta irreversibile.

Un altoforno a regime raggiunge una temperatura che oscilla fra i 1600 e 1800 °C. Lo spegnimento richiede un processo molto complesso e ad alto rischio. Quando la temperatura scende sotto i 400°C le parti interne cominciano a collassare e, se svuotato, l’altoforno non ha più al suo interno una massa di sostegno e il rischio di pericolose incrinature, se non di crolli, è concreto. Ancora maggiori problemi si manifestano nel processo di riaccensione. Per tornare gradualmente a regime, per evitare shock termici, un altoforno ha bisogno dai quattro ai sei mesi di attività, con dei costi di manutenzione stimati tra i 10 e i 20 milioni di euro.

Sono procedure note a un qualsiasi lavoratore siderurgico e per questo i lavoratori si battono per impedirlo. E’ possibile che non siano note allo staff di Arcelor Mittal? E’ del tutto evidente che siamo di fronte al “grande bluff” e d’altra parte con quale diritto potrebbe procedere allo spegnimento “doloso” di un impianto non suo, che gli è stato affittato per produrre.

Tantè che in queste ore, mentre era in corso l’incontro con il Presidente Mattarella, Arcelor Mittal  ha comunicato alle organizzazioni sindacali la sospensione dello spegnimento degli altofoni dell’acciaieria di Taranto e la riapertura degli uffici commerciali per la vendita del prodotto, in attesa della sentenza del Tribunale di Milano.

Movimento Civico Massa Critica Ionio

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