Costruire non solo l’Europa politica ma anche l’Europa del lavoro.

Interessante incontro l’altra sera promosso da Movimento civico Massa Critica Jonio tra cittadini, organizzazioni sindacali e Confindustria. Si è parlato di Europa e del ruolo del sindacato e dell’impresa in Europa. Le prossime elezioni europee non saranno delle normali elezioni. Dai risultati che ne verranno fuori dipenderà il destino stesso dell’Europa. Per la prima volta forze antieuropeiste, sovraniste e populiste concorrono per la loro presenza nel Parlamento europeo non per rafforzarla ma per distruggerla dall’interno. Dal numero dei parlamentari che le forze euroscettiche manderanno in Parlamento comprenderemo se l’Europa di Spinelli, Colorni e Rossi, di De Gasperi, di Schuman, di Adenauer, di Palme, Gonzales, Brandt, Schmidt Kohl, Soares,  Craxi, Mitterrand è finita oppure no. Per questo in Europa occorre andare con le idee chiare e affrontando di petto le vere questioni che sono sul tappeto. Finora molta retorica europeista fatta di slogans e di rituali europeisti hanno nuociuto all’Europa più degli stessi sovranisti poiché hanno rappresentato l’idea di Europa come di una scatola vuota che i singoli stati hanno visto più come nemica che come opportunità. Uno dei nodi principali che il nuovo Parlamento europeo dovrà affrontare è il problema della perequazione dei diritti dei lavoratori non solo nella stessa Europa nella quale ci sono ancora Paesi che sul terreno della tutela del lavoro non sono in linea con i parametri di accettabilità ma in tutto il mondo. Ad onta delle petizioni di principio di coloro che lanciano tuoni e fulmini contro la globalizzazione e contro il mercatismo che condizionano le economie e quindi la vita degli Stati in maniera molto realistica bisogna prendere atto che sia l’una che gli altri non saranno sconfitti né ridimensionati. E allora preso atto di questo occorre lavorare perché in questo quadro le economie possano realmente essere competitive in un sano confronto alla pari. Oggi al contrario accade che ci sono Stati nei quali i diritti dei lavoratori non esistono e la produzione e il pil crescono sullo sfruttamento della manodopera a costo irrisorio e stati invece nei quali i lavoratori vedono tutelati i loro diritti ma il costo del lavoro è alto. Con lo sfruttamento dei lavoratori e livelli di salari minimi le economie orientali (ma anche di qualche paese europeo) il mercato del lavoro è falsato e la competitività diventa impossibile. Questo determina le funeste delocalizzazioni delle imprese in Paesi dove il costo del lavoro è basso con conseguenze devastanti sull’occupazione. In questa ottica il sindacato europeo ha un compito importantissimo e rilevante, quello di porre all’ordine del giorno dell’Europa e tramite l’Onu il problema dei livelli di dignità dei salari e delle condizioni di lavoro che non è ovviamente solo un tema politico ma anche squisitamente economico. Fino a quando in tutto il mondo non saranno definiti standard di condizioni di lavoro e di retribuzione omogenee e dignitose per tutti i lavoratori del mondo la competitività in un mondo globalizzato rimarrà solo una petizione di principio.  E’ giunto il momento di costruire non solo l’Europa politica ma anche l’Europa del lavoro. In questo quadro parlare di Stati nazionali e di sovranismo significa non aver capito nulla di quello che sta accadendo nel mondo contemporaneo con l’affacciarsi sui mercati internazionali di Paesi come la Cina e l’India che viaggiano al ritmo del 7/8% annuo di pil. Prendiamo come esempio la Cina reso attuale dalla recente firma del memorandum sulla via della seta tra i governi italiano e cinese.  Come è noto la Cina da oltre un decennio a questa parte ha una strategia di espansione commerciale nel mondo necessitata dal fatto che deve dare risposte ad un miliardo e mezzo di persone. Per questo dopo aver comprato tutto quello che c’era da comprare in Africa espandendo la propria presenza in quel continente in maniera invasiva, ha cominciato a comprare di tutto e di più in Italia dai marchi della moda alle squadre di calcio alle imprese tecnologiche a quelle dei servizi, ha comprato a prezzi di realizzo il porto del Pireo in Grecia come avamposto in occidente e punta in Italia alla egemonia nei porti di Trieste e Genova per avere il proprio approdo per i suoi prodotti in Europa. La strategia cinese è inondare di propri prodotti l’Europa, dare sfogo alla propria produzione industriale e manifatturiera e produrre sviluppo. Come è noto i cinesi lavorano fino a sedici ore al giorno per salari da fame e senza tutele perché in Cina non esiste il sistema di tutele del lavoro che esiste in Italia ed in Europa. Su questo piano non c’è partita poiché un cellulare in Cina a parità di qualità viene prodotto al costo di un terzo rispetto a quello prodotto in Europa. Bene il governo italiano con la firma di quel memorandum ha dimostrato miopia politica e scarsa lungimiranza sul piano economico. E gli effetti non hanno tardato a farsi avvertire. Intanto si tocca con mano un pericoloso isolamento dell’Italia rispetto all’Europa e agli Stati Uniti che hanno accolto l’annuncio della firma di questo accordo con molta freddezza oltre e fra molti sospetti. Per l’Europa e per gli Stati Uniti l’Italia non è più un Paese affidabile e viene considerato dai partners europei come lo Stato che ha aperto le porte ad Annibale facendo da cavallo di Troia della Cina. Al contrario i nostri partners europei hanno capito che con un colosso economico, commerciale, militare come la Cina si deve trattare con rapporti di forza alla pari cioè come Europa e non come singoli stati per evitare di essere fagocitati e divenirne sudditi.Tant’è che Macron, Merkel e Junker hanno incontrato insieme Xi Jin Ping e senza l’Italia. L’isolamento del nostro Paese rispetto a nostri partners occidentali è evidente. L’Italia viene considerata il ventre molle dell’Europa con in prospettiva il pericolo che il nostro Paese possa diventare commercialmente un Paese satellite della Cina. E non è evenienza da poco e da sottovalutare. Non perdiamo mai di vista la circostanza che la Cina è un regime autoritario comunista nel quale valori come libertà, democrazia, diritti umani non vengono tenuti in alcuna considerazione. E per un Paese come il nostro saldamente ancorato all’Occidente questi valori non sono negoziabili.

 

 

 

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