Contro l’internazionale populista serve un vero movimento transnazionale europeista e progressista

Non abbiamo molto tempo e ci troviamo nella condizione di dover cambiare il motore con la macchina in movimento.

Giorgio Ruffolo avrebbe detto: vivere il presente come storia per capire ciò che sta accadendo.

C’è in me un seme lombardiano che ha formato i miei anni giovanili alla politica che naturalmente emerge, spesso sollecitato da chi conosce profondamente la mia formazione politica. Mio figlio Mirko spesso mi ricorda che prima ancora di essere socialista sono liberale

E’ vero! Ed è possibile che quel concetto di “riformismo forte”” che fu l’ossimoro lombardiano  possa dare, a distanza di tempo, frutti buoni ridonando ad una sinistra italiana ed Europea, la voglia della  chiamata delle masse al “riformismo rivoluzionario”, per un forte cambiamento delle strutture di decisione economica e politica.

In questo particolare momento storico culturale di tragica crisi di ideali, penso sia necessario riproporre la distinzione tra “bisogni” ed “esigenze”a cui la sinistra ha guardato in questi anni con grande approssimazione, credendo che il suo compito fosse solo quello di assicurare un lavoro, un salario decente, una casa e un po’ di assistenza alle persone.

L’idea di “una società più ricca perché diversamente ricca”, dunque non più povera né austera e triste, ma sobria e viva, ha in sé il terreno ideale sul quale innescare la tesi della distinzione tra “bisogni” necessari alla sopravvivenza ed “esigenze”, indispensabili alla realizzazione dell’identità di ciascuno.

Riccardo Lombardi tra le conquiste per “la povera gente”, metteva prima di tutto il lavoro per tutti: nessuno ne deve esser privo. Poi, un salario equo e dignitoso, quindi una casa, ma subito dopo “quel bene inestimabile che è il tempo libero”, per se, per stare con gli altri, per far l’amore, la cultura e l’istruzione per tutti, insomma, quella che molto genericamente e superficialmente abbiamo attribuito alla qualità della vita. Lo stile di vita della gente, non tanto riferito al  “vivere bene”, quanto al “vivere diversamente”.

Concetti che  furono spesso ripresi da Bruno Trentin ma soprattutto nel lungo feeling tra Lombardi e Pierre Carniti, quando quest’ultimo era la guida della Fim-Cisl di Milano e poi alla Fim nazionale, e con Livio Labor, presidente delle Acli e poi alla guida dell’Acpol…

Credo emerga con tutta evidenza un monito rispetto alla grave crisi economico-finanziaria generata dalla deriva neoliberista, che tutto regola in termini denaro, di guadagno facile, di consumismo sfrenato ed individualismo esasperato. Occorre cambiare radicalmente rotta, progettare un modello nuovo di società, dove al centro ci sia la persona umana con i suoi bisogni e con la sue esigenze. La politica per la organizzazione di un sistema sociale  migliore  deve  tendere  al  miglioramento “strutturale”, cioè della vita reale degli esseri umani.Ed è in questa direzione che occorre ridefinire i “valori” fondamentali della Socialdemocrazia del XXI°, ridefinendo il significato delle parole “progresso”, “crescita”, “benessere” in vista della difficile sfida culturale e politica delle elezioni europee del 2019.

Marco Bentivogli sostiene che la sinistra abbia perso perché incapace di raccontare un’idea di futuro agli italiani. Un futuro industriale, un futuro digitale, un futuro ecologista: ci siamo  soffermati sulle trasformazioni dell’oggi ma non stiamo stati capaci di spiegare quale paese vogliamo per i nostri figli. Siamo perdenti in partenza i perché ci lasciamo trascinare nella bagarre di quanti migranti arrivano ogni giorno in Italia, e il problema non è solo quanti migranti arrivano sulle nostre coste, ma perché tanti giovani italiani vanno all’estero per obbligo e non per scelta. Perché i “migliori talenti” europei e mondiali, le “intelligenze” non vengono a fare ricerca da noi, a lavorare da noi? Attratti dalla polemica populista, perdiamo la capacità di spiegare l’Italia e l’Europa che vogliamo.

Quanto sta avvenendo rende le prossime elezioni europee del 2019 cruciali per il futuro e l’esistenza stessa dell’Europa. Per tutte le forze progressiste, democratiche, liberali  non c’e’ piu’ tempo da perdere: occorre definire subito una nuova alleanza transnazionale, con un programma in grado di rifondare il progetto europeo e dargli una nuova prospettiva politica.

Non viviamo tempi ordinari: ci troviamo in un passaggio eccezionale, forse decisivo, della nostra storia.

Si sta trasformando il sistema occidentale, minacciando le basi delle nostre comunità dopo più di 70 anni di pace. In Italia ci sono i nazionalisti al governo, ma prima abbiamo avuto le elezioni in Austria, la vittoria di Trump, la Brexit.

La risposta dei progressisti e dei democratici è debole: di fronte all’estrema destra di Salvini e al qualunquismo dei M5S serve radicalità di pensiero, serve rimettersi in cammino e presentare un’idea di Paese nitida.

Tra alcuni mesi avremo il primo test della nostra capacità di reagire. Se non vogliamo essere travolti dagli estremisti, dobbiamo elaborare. una nuova proposta politica.

Dobbiamo e possiamo occupare un grande spazio centrale, riformatore, europeista, liberale, sociale e democratico e costruire nuove alleanze, andando oltre il campo del Pd e della famiglia socialista.

Non possiamo proseguire sui binari del passato. La posta in gioco è la difesa del sistema della democrazia liberale che Orbàn ed i suoi amici vogliono smantellare. Dobbiamo giocare un ruolo di frontiera, proponendo una nuova piattaforma politica a tutti i progressisti e i liberali rípartendo  dai fondamentali: stato di diritto, libertà pubbliche, lotta alle diseguaglianze.

Ripartire da un’Europa che moltiplichi sicurezze, protezioni e opportunità ad una società impaurita e sfiduciata. E federare una nuova alleanza transnazionale rivolta a tutte le forze democratiche, liberali, ecologiste, a nuovi movimenti fortemente europeisti come En Marche, a tutti coloro che vogliono cambiare l’Europa per salvarla.

E necessario presentare questa proposta politica prima delle elezioni del 26 maggio 2019, organizzare una campagna elettorale transnazionale e transpartitica, mobilitare la società civile europea, rivolgerci anche a quei moderati che si troveranno sempre più spaesati in un Ppe egemonizzato dalle destre estreme, sempre più orbanizzato.

Il 4 marzo non ci sono state solo forti scosse nel sistema politico. Il 4 marzo è crollato l’intero sistema politico.

Se dal dopoguerra ad oggi la spaccatura dominante è stata quella tradizionale “destra-sinistra”, il 4 marzo ha mostrato la vera spaccatura: “chiusura contro apertura”, economia di mercato contro protezionismo; Ventotene contro Visegrad.

Pensare di muoversi riprendendo vecchie formule del passato (“aprire alla sinistra”, “dialogare col centro”) vuol dire collocarsi nel passato, mentre occorre prendere atto della necessità di una profonda trasformazione delle forze politiche.

Dobbiamo tornare a parlare a quella grande parte di italiani che non si è lasciata sedurre dalle sirene del protezionismo e del sovranismo, quello che crede nella proposta e non nella protesta.

Serve rimettersi in cammino e presentare un’idea di Paese nitida, senza incertezze e titubanze. Solo così potremo recuperare i voti dei “pentiti” del 4 marzo o di chi si è rifugiato nell’astensione.

Dobbiamo esprimere un grande spazio riformatore, europeista, liberale, sociale e democratico. Dobbiamo parlare ai tanti italiani che non vogliono un nuovo bipolarismo tra leghisti e pentastellati. Che scelgono le riforme. Che scelgono l’Europa. Che scelgono la società aperta.

Non possiamo arrenderci ad un paese di razzisti né un paese in fila per il reddito di cittadinanza.

E se sapremo farlo, con coraggio, con forza, con determinazione sapremo anche recuperare il voto degli elettori che per rabbia, delusione, paura si sono affidati agli spacciatori di demagogia. Che andranno in “crisi di astinenza” cominciando a capire chi sono veramente Salvini e Di Maio.

Tra pochi mesi avremo un appuntamento fondamentale per questo percorso. Il primo test della nostra capacità di reagire.

Nell’Unione europea si sta imponendo una realtà in cui a un blocco di paesi europeisti fa da contraltare un blocco, sempre più agguerrito e numeroso, di paesi sovranisti. Dobbiamo prendere atto di questa nuova realtà e attrezzarci per rispondere a una società trasformata: i vecchi attori politici devono profondamente cambiare per proporre un’offerta politica adeguata e convincente a quei cittadini che scelgono la proposta e non la protesta; le frontiere aperte e non i dazi; Ventotene e non Visegrad, Macron e non Orban.

Ma se vogliamo l’Europa politica, allora bisogna che la politica, con le grandi idee, le passioni, ritrovi diritto di cittadinanza in Europa. L’Europa disunita non è stata in grado di difendere il modello sociale europeo, e in sostanza ha funzionato come cinghia di trasmissione della globalizzazione. Una forza progressista non può e non deve opporsi alla globalizzazione, ma non può nemmeno accontentarsi di smussarne gli spigoli. Europa politica, Europa sociale, Europa della difesa, Europa che moltiplichi opportunità e protezioni.

Gli elettori italiani il 4 marzo hanno detto chiaramente che il Pd è semplicemente insufficiente. Martina pensa di cambiarlo guardando al passato e dicendo che bisogna essere più di sinistra; così però non consideriamo che alla nostra sinistra hanno fatto fatica ad arrivare al tre per cento. Dobbiamo andare oltre per costruire un’alternativa radicale al lepenismo di Salvini, oggi l’estrema destra antieuropea ha ormai egemonizzato la destra, il Centrodestra non esiste più. Se gli europeisti i riformisti, i liberali vogliono rimanere minoranza in Italia e in Europa continuino pure a marciare divisi. Non arriveranno mai alla metà, saranno marginalizzati, fagocitati dagli estremisti, condannati all’irrilevanza, a scomparire…

Io credo invece che occorra una nuova proposta, sociale e liberale, progressista ed europeista. Una grande forza centrale capace di sconfiggere i partiti della rabbia sociale e della paura, gli estremismi antieuropei, i pentastellati e i lepenisti salviniani che hanno già dato prova proprio in questi giorni della loro spregiudicatezza e della loro inaffidabilità.

Dobbiamo utilizzare le elezioni europee per costruire nuove alleanze europee. Essere uno dei federatori di questa nuova alleanza, coinvolgendo En Marche, e tutte le forze democratiche, liberali, ecologiste e progressiste che vogliono continuare a lottare per l’Unione Europea e per la società aperta.

Ma a questa Europa, importante ma ancora inevitabilmente imperfetta, dobbiamo dare la parte che le manca. Dobbiamo costruire un’Europa che moltiplichi sicurezze, protezione, opportunità. Dobbiamo dotarla di un ombrello sociale, capace di scacciare nei suoi cittadini la paura di perdere il lavoro, di restare isolati nel tessuto sociale, di non avere protezioni contro i tempi peggiori. Perché è questa paura che le forze peggiori del nostro paese e del continente stanno alimentando. E’ su questa paura che fondano le loro fortune politiche, è sulla paura che vivono, è della paura che hanno bisogno. E noi questa paura la dobbiamo sconfiggere attraverso un nuovo patto fondativo: ci vuole più democrazia, più decisioni al parlamento europeo e meno ai tecnocrati, più diritti fondamentali per i cittadini, più protezione fisica contro criminalità e terrorismo, più protezione sociale, più investimenti.

Contro l’internazionale populista serve un vero movimento transnazionale europeista e progressista che metta in campo alleanze con gruppi e partiti che hanno obiettivi comuni.

Noi vogliamo una società aperta, vogliamo una società sicura. I nostri avversari si illudono e vogliono illudere di poter chiudere il mondo fuori dalla porta, di poter uscire dall’Europa (e quindi: da Schengen, dall’Euro, dall’UE), dal mondo e, in definitiva, dalla storia.

Per noi la sintesi è data dalla realizzazione dell’Europa dei popoli.

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