Come salvare dai veleni i bambini di Taranto: una proposta del prof. Umberto Ruggiero

di Biagio De Marzo

Il prof. Umberto Ruggiero,  professore ordinario di Macchine è stato l’artefice della creazione del corso di laurea di Ingegneria Meccanica in Puglia ed ha avuto un ruolo determinante nel favorire la presenza industriale nella regione e la formazione di una innumerevole schiera di tecnici ingegneri grazie al relativo corso di laurea. Fondatore nel 1975 del Consorzio Studi Economia applicata all’Ingegneria (CSEI), poi Universus, si è impegnato a fondo negli anni ottanta per realizzare il Politecnico di Bari.  Ne diverrà Rettore nel 1994, dopo il mandato del prof. Attilio Alto. Nel 2004, il Ministro, Letizia Moratti gli conferisce il titolo di Professore Emerito con la seguente motivazione: “al Prof. Ruggiero, già illuminato docente nonché Magnifico Rettore, che ha contribuito a realizzare il terzo Politecnico d’Italia, il primo del Centro-Sud”. La sua storia, il suo impegno, il suo entusiasmo prosegue fino ad oggi immutato.

Il Prof. Umberto Ruggiero interviene sul rapporto stabilimento siderurgico città di Taranto con una proposta che va considerata con occhio critico oggettivo, sia in senso positivo che negativo, ma con grande attenzione. Auspico che chi tra i miei “amici” abbia confidenza/udienza presso il sindaco Melucci gli proponga di presiedere una riunione di tipo brain storming con chi ha competenze e volontà per discutere la proposta del prof. Ruggiero. L’obiettivo potrebbe essere quello di raccogliere elementi concreti che consentano, in via del tutto preliminare, di corredare la proposta Ruggiero di dati quantitativi, previsioni, ostacoli, ecc. Aggiungo che ritengo opportuno che a tale riunione siano invitati anche qualificati rappresentanti di ArcelorMittal. Spero proprio che questo mio auspicio abbia un seguito:

Dovrebbe far riflettere tutti la recente tristissima e allarmante fiaccolata in piazza a Taranto delle migliaia di manifestanti per le vittime dell’inquinamento dell’ex Ilva, portando croci, candele e cartelli con i volti dei bambini morti e le scritte: «tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino». È da anni che La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica le personali opinioni sui gravi danni sanitari subiti da decenni dai cittadini del rione Tamburi, circondati letteralmente, per una superficie di oltre 2.000 ettari, dall’Ilva e dalle tante industrie, anch’esse più o meno inquinanti (Raffineria, Cementeria, Centrali….) Sono state inviate lettere aperte e articoli a Ministri, Magistratura, Autorità regionali e locali, ricordando che a gennaio 2018 l’Istituto Superiore di Sanità rilevava almeno 360 morti (il 21% in più dei bambini) riconducibili all’inquinamento Ilva e i giornali denunciavano che nel rione non c’è famiglia senza un familiare morto o affetto da tumori, malattie gravi o epidemie. Abbiamo assistito nell’ultimo decennio ai risultati deludenti ottenuti dopo i 12 decreti ministeriali, l’esproprio dell’acciaieria, il commissariamento, gli interventi della Magistratura, provocando le continue denunce (giornali e TV) perché nonostante bonifiche, controlli e indagini sanitarie, non sono cessati gli episodi funesti per l’inquinamento ambientale.

Finalmente si è potuto salvare l’industria dal fallimento e salvaguardare il lavoro di oltre 10.000 addetti, vendendo la fabbrica a privati (Arcelor Mittal). Ma l’inquinamento resta attuale, anche in questi giorni. Negli ultimi mesi il sindaco ha dovuto chiudere ben 14 volte le scuole per i «wind days». Recentemente, si è scoperto che le tre collinette, poste dall’ex Italsider 50 anni fa al confine, per la protezione di Tamburi, furono costruite di materiale di risulta anch’esso inquinante e sono state chiuse per mesi due scuole, con le proteste vivaci dei genitori e dei 708 bambini costretti a doppi turni pomeridiani, distribuiti nelle altre tre scuole del quartiere.
È dimostrato che non è sufficiente, né lo sarà, l’impegno profuso o previsto per azioni tecniche di miglioramento e bonifica degli impianti industriali, al fine di evitare questa che in Italia è una calamità, forse peggiore di quelle naturali (terremoti, alluvioni…). E’ tristemente noto che le manifestazioni funeste di tumori, malattie epidemiche e morte, emergono soltanto a distanza di tempo, anche di anni, e non sono istantanee tanto da spaventare l’opinione pubblica e preoccupare le autorità. Ma distruggono l’esistenza a Tamburi. Nessuno ha rispettato «il principio di precauzione». La legge sancisce che è «penalmente perseguibile» chi non provvede ad evitare un danno certo, specie se si tratta di salute e di vita umana. Nemmeno la magistratura è intervenuta in merito. Ecco perché finalmente su istanza degli esasperati cittadini, c’è stata la gravissima condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) all’Italia per «non aver protetto i cittadini che vivono nelle aree invase dalle emissioni tossiche dell’Ilva» riaffermando il sacrosanto «diritto dei cittadini a non subire il danno sanitario»!

Quindi per Governo, Regione, Comune di Taranto e chiunque altro preposto, diventa un obbligo riconoscere la propria colpevole inerzia (ma ne sono consci?) e dare risposta al Decreto della Corte Europea che impone «che le misure per assicurare la salute dei cittadini e dell’ambiente devono essere messe in atto il più rapidamente possibile».
Quali possono essere le misure da adottare, al più presto, per proteggere i cittadini e l’ambiente? Non certo quelle deliberate dal sindaco e dalla giunta di Taranto che dimostrano di ignorare «il diritto alla salute». Sembra impossibile, infatti, che sia stato «riapprovato» un progetto del 2007 già allora irrazionale (Gazzetta del 13.3.2015) e che il 22 gennaio 2018 (V. Gazzetta) l’Assessore Di Paola annunci l’attivazione proprio di quel progetto di «rigenerazione urbana» (che significa?) per il rione Tamburi, che prevede – ancora  oggi dopo 12 anni – nuova edilizia residenziale (216 alloggi) e servizi come mercati, campi sportivi, ecc. C’è anche la «foresta urbana», una striscia di bosco tra Cimitero e Tamburi, unica idea utile – ma certamente insufficiente come filtro  che pare sia già in appalto. Non è irrazionale (se non assurdo) migliorare la residenza ormai riconosciuta pericolosa nel rione a ridosso dell’ex Ilva) per i lutti ed i danni sanitari quotidiani? Più volte è stato dimostrato che l’unica soluzione utile e certamente definitiva – non potendo delocalizzare le industrie – è l’allontanamento, magari graduato ma obbligato, degli abitanti di Tamburi in una zona di Taranto più distante. Inoltre è questa l’occasione per realizzare, sull’area del rione, cominciando dalla prevista foresta urbana, un grande bosco-foresta affinché faccia da filtro e protezione della Città Vecchia e della stessa Taranto, che per fortuna si distende a Sud Est. Chi è in grado di suggerire un’altra soluzione che sia definitiva? Lo dimostri.

Ci vuole, è doveroso, l’intervento immediato e coordinato di Governo, Regione e Magistratura con un idoneo programma tecnico-finanziario che preveda il coinvolgimento della stessa nuova proprietà (Arcelor Mittal). Questa dovrà necessariamente investire nel giusto intento di aumentare la produzione dell’acciaio e poter tornare in utile… senza inquinare. I cittadini di Taranto che chiedono anche il riesame della sentenza della Cedu al fine di ottenere «il risarcimento» hanno ragione. A Genova, per il crollo del ponte (non paragonabile al grave disastro di Taranto) le famiglie avranno congruo indennizzo per la cessione delle case da abbattere e il danno per l’esodo. Perché a Taranto no?

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