A me quel film non è piaciuto…

Ci siamo dati appuntamento alla sala Bellarmino: biglietto ridotto quasi per tutti, non perché socialisti ma per la nostra età. Tutti, o quasi, lo abbiamo conosciuto. Nessuno di noi si è riconosciuto in quella ricostruzione.

Nel film di Gianni Amelio Pierfrancesco Favino indiscutibilmente giganteggia con una prevedibile grande interpretazione: “Sono entrato in punta di piedi, sapendo di entrare nella memoria di tanti. Ho fatto i conti anche con la mia memoria, in modo da sgombrare il campo dalle apparenze e comprendere il personaggio in profondità”

Per il resto i personaggi di “fantasia” che lo circondano servono a montare un thriller confuso e inattendibile. Di fantasia, appunto! Il film non ha la presunzione di essere cronaca fedele, tanto meno una monografia storica per militanti: solo la versione romanzesca di una storia che non meritava di essere raccontata soprattutto in occasione del ventennale della morte di Bettino Craxi, o forse, più opportunisticamente, ne ha voluto cogliere l’occasione…

La figlia che lotta per lui, e continua a lottare per lui per la difesa della memoria del leader socialista rende merito al ruolo di Stefania.

Ne siano usciti delusi e molto critici, forse perché siamo inguaribilmente e orgogliosamente “faziosi, ma fra tanti “vecchi socialisti” che hanno assistito alla proiezione del film, mi ha colpito il giudizio di un giovane che rivolgendosi a chi lo accompagnava ha detto: io Craxi non l’ho conosciuto, quindi non posso esprimermi sulla rappresentazione che ne fa il film di Amelio. E’ questo il rischio: continuare a 20 anni dalla morte, come del resto hanno fatto due articoli apparsi in queste ore sul Sole 24 ore e sul Fatto Quotidiano, ad uccidere uno statista che deve tornare a far parte della memoria condivisa di questo Paese. Senza memoria storica, una comunità rischia di perdere e smarrire il significato e il senso profondo della propria identità. Quel che ci salva, che ci dà il senso del tempo, è il nostro “esser nani che camminano sulle spalle dei giganti”. I giganti sono le nostre storie, i volti, il vissuto personale e collettivo che ci portiamo dietro come bagagli. Su quelle alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Per questo mi perdonerete se riporto ancora una volta, non mi stancherò mai di farlo, il mio personale ricordo di quei giorni.

La situazione si era aggravata tre mesi prima. Il 23 ottobre il Tg2 delle 13 aveva annunciato l’assoluzione di Giulio Andreotti nel processo di Palermo. In quel momento aveva capito che alla fine a pagare sarebbe stato solo lui. L’indomani venne ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Tunisi. Oltre al diabete, ai seri problemi di cuore, si scopre un tumore al rene. Per salvarlo, avrebbero dovuto curarlo in Italia.  A sua insaputa, in quei giorni si stava lavorando ad un’ipotesi di rientro in Italia.  Rientrato a Fiumicino, sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario, uno o due giorni, per accettare una domanda di arresti domiciliari.  Ma quel corridoio non si aprì. Fu lui a dire no ad un rientro «condizionato». In quel rifiuto c’è tutto il personaggio. Orgogliosissimo. Pronto a mettere in gioco la sua stessa vita, pur di non subire l’umiliazione di una carcerazione, anche di una sola notte, su mandato di quei magistrati di cui non riconosceva l’autorità. Protagonisti del “complotto giudiziario”.

Era pienamente consapevole a cosa stava andando incontro. Francesco Cossiga era andato a trovarlo il 18 dicembre e da lui Bettino si era congedato così: “Tu lo sai, vero, che questa è l’ultima volta che ci vediamo…” Poche settimane dopo Bettino muore. Muore di crepacuore, ultima ferita dentro un corpo martoriato.

Era un mercoledì quella sera del 19 gennaio di venti anni fa: “Pare che Bettino sia morto” mio fratello Plinio è il primo a parlarmene; mi chiede di fare qualche telefonata. Angosciato chiamo Claudio. E’ vero Craxi “non farà più ritorno”. E’ morto stroncato da un infarto poco dopo le 17. Come raggiungere Hammammet? Con Plinio vorremmo assicurarci un volo. Sia l’Alitalia che la Tunis Air li hanno raddoppiati: da Milano, Roma e Reggio Calabria sono stati organizzati tre charter che decolleranno in mattinata ma sono completi ed ogni tentativo d’imbarcarci è inutile. Mi arrendo…Seguo tutto avidamente e quasi intontito. Mi tornano in mente le parole di Bettino dette a Donato rifiutando sdegnosamente l’offerta di arresti domiciliari per il suo grave stato di salute: “Dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero… Piuttosto muoio qui, in Tunisia. Non chiedo carità pelose non sono né un latitante né un fuggiasco, sono un esule politico e se non posso tornare a casa mia da uomo libero, preferisco rimanere qui, anche da morto”. Due lacrime scendono tracciandomi il volto. Non sono lacrime di debolezza, sono lacrime di dolore e  rabbia. Quell’omaccione grande e grosso, tutto avrei pensato tranne che riuscisse a farmi piangere. Per Plinio è la stessa cosa. Soffriamo come se avessimo perso un nostro familiare e il Partito socialista è la nostra famiglia! Noi non siamo mai stati “craxiani” ma le persecuzioni subite dal leader socialista ci renderanno tali per quel che ci resta da vivere…

L’hanno ammazzato! Hanno ucciso un uomo che ha lavorato quarant’anni per l’Italia. E’stato infangato, calpestato, trattato come un ladro, mandato in esilio. C’è un primo “lancio” dell’Ansa e poi via via le anticipazioni delle testate dei quotidiani, delle edizioni serali dei tg. La stampa internazionale. Metto insieme frasi, ricordi e dichiarazioni che ho conservato nel mio hard disk. Alcune formali, dovute, imbarazzate. Molte altre sincere e “autentiche”. C’è persino chi non perde l’occasione per confermare la propria infamante spudoratezza. Molti coccodrilli versano lacrime di circostanza…

“L’ha ucciso l’odio politico. Sono delle iene. Ho gli occhi pieni di pianto”. Sono le parole di un affranto vecchio Giacomo Mancini. Gianni De Michelis dal canto suo lo ricorda come “ un grande leader a cui sono state inferte umiliazioni fino alla morte in terra straniera”. Donato Robilotta che lo ha sentito spesso negli ultimi giorni è convinto che sia morto di crepacuore, ammazzato da quella che lui definiva la falsa rivoluzione giudiziaria: “La classe dirigente di questa cosiddetta seconda repubblica dovrebbe vergognarsi per non aver saputo e voluto trovare una soluzione al rientro in Italia di Craxi da vivo e da uomo libero, obbligando così uno dei pochi statisti di livello che l’Italia abbia avuto in questo secolo a riparare e a morire in esilio”.

Il “prete socialista” Gianni Baget Bozzo, suo grande amico, ne traccia un commovente ricordo: “È stato un grande uomo politico, di grande generosità e intelligenza. Un uomo che viveva di politica e che dalla politica è stato ucciso. Anche il fatto di non farlo curare in Italia mostra che i comunisti sono sempre bravi a uccidere e che in fondo il caso Craxi è la stessa cosa del caso Moro. Sono lieto che la famiglia di Bettino come la famiglia Moro abbia rifiutato ai comunisti i funerali di Stato. E paragono questo omicidio a quello di Matteotti perché vedo che i momenti in cui la libertà va in crisi in Italia sono puntualmente scanditi da questi fatti. Craxi era un uomo molto generoso, dolce, amante del suo Paese come nessun altro, è stato il più grande statista italiano dopo De Gasperi”.

Kamel Marzouk è un berbero, il custode della tomba di Bettino Craxi. “Grazie a papà Bettino, lui mi ha dato da magiare da vivo e da morto. Grazie alla sua famiglia e agli italiani liberi”. Habib Atia un “ignoto tunisino” rivendica con orgoglio: “Voi in Italia non lo sapete ma era l’uomo più popolare di Hammamet tra i poveri”. Per tutti i Tunisini Craxi fu quello che aiutò il paese, sarà per questo che ancora oggi il popolo tunisino gli è riconoscente e grato e continua a chiamarlo ‘Monsieur le President’…

La stessa opinione la ritroviamo fra i compagni palestinesi, cileni, argentini, sudamericani. Bettino era un leader politico internazionale apprezzato nel mondo soprattutto da chi dovendo battersi per conquistare o riconquistare la libertà aveva bisogno d’aiuti reali e in Craxi trovò sempre una porta aperta. Di quelle tangenti che lui aveva «girato» negli anni a una gran quantità di partiti e di movimenti di liberazione in giro per il mondo, il leader socialista parlava soltanto con i figli, e con i compagni di una vita. “Per molto tempo aiutammo i socialisti spagnoli in clandestinità, i portoghesi, aiutai alcuni compagni cileni a salvarsi dalle grinfie della dittatura. Una parte del finanziamento illegale andò a movimenti e a personalità che lottavano per la libertà, ma certo non attraverso la Banca d’Italia; per trasmettere loro del denaro, non veniva emessa regolare fattura…”. Cossiga nel suo libro “Italiani sono sempre gli altri” ricorda: “ebbero aiuti Solidarnosc, il sindacato polacco cattolico e anticomunista, gli esuli cecoslovacchi, il radicale argentino Alfonsin, il brasiliano Lula, il peruviano Garcia, l’uruguagio Sanguinetti, Perez in Venezuela, i movimenti guerriglieri dell’America Latina come i Sandinisti o il Farabundo Martí”. Antonio Ghirelli una volta chiese ad un compagno argentino: “Come mai fate tanta festa a Craxi?”. E lui: “Come mai? Ma sono dieci anni che questo ci aiuta politicamente e finanziariamente”. Bobo gli chiese di parlarne pubblicamente ma Bettino non volle: “Non ho detto nulla di quei soldi, quando li ho dati per cause di libertà: vorresti che lo rivelassi adesso, per farmi bello e difendermi?”. Persino al suo avvocato Giannino Guiso vietò di parlarne, nonostante si fosse offerto di dare testimonianza di quegli aiuti sotto banco un personaggio conosciuto in tutto il mondo come Lech Walesa. Per questo Craxi tanto odiato in Italia era tanto amato nel mondo. La sua presenza, per quanto lontana, continuava ad essere ingombrante e fastidiosa.

Quel “cuore spezzato” aveva tolto l’incomodo a molti ipocriti superstiti e a tanti giovani imbelli. Ora sono persino disponibili a concedergli i funerali di Stato. Sarebbe una contraddizione porgere l’ultimo solenne saluto ad un latitante ricercato ma non importa. Come qualcuno cretinamente ammette: “con lui si chiude un epoca e scompaiono definitivamente i socialisti”. Idioti: Chi è socialista lo sarà per sempre!

Il rifiuto della famiglia risponde alle sue volontà di tenace garibaldino: “meglio la morte all’umiliazione”. E così, lontano dalla sua amata Patria, lui che ha alto il senso dello Stato ed il rispetto delle Istituzioni, porta con se tutto lo sdegno verso una terra ingrata ma che gli resta cara.

Francesco Storace presidente della commissione di Vigilanza, vorrebbe mandare in onda l’ultimo saluto a Craxi, ma il presidente della tv pubblica Roberto Zaccaria lo impedisce “La diretta non ci sarà per motivi tecnici”. Un altro ipocrita vigliacco incapace di assumersi la responsabilità di una vergognosa decisione…

Particolarmente toccante il comunicato diffuso dai Radicali italiani: Molti in Italia in questi anni hanno aderito allo slogan “Nessuno tocchi Caino”, per dire ‘no’ ad una giustizia violenta e infamante verso la persona. A livello politico e di opinione pubblica l’Italia si è caratterizzata in ambito internazionale come leader nella battaglia per l’abolizione della pena di morte. Ma contemporaneamente è cresciuta un’opinione diffusa a vari livelli che, spesso, ha identificato Craxi in quello che nei paesi della pena di morte è visto come il Caino di turno. Una contraddizione culturale prima ancora che politica che andava risolta prima e che resta aperta.. A volte abbiamo detto in questi anni che sarebbe stato opportuno lanciare lo slogan “Nessuno tocchi Bettino” e oggi sentiamo di dire di fronte alla tragica conclusione della vicenda personale e umana – sicuramente non politica – di Bettino Craxi che il leader socialista è stato vittima di una forma di “pena di morte” tutta italiana. Abolita nelle nostre leggi, da abolire – come vuole l’Italia – nel mondo, essa rimane purtroppo nella cultura giustizialista e generatrice di mostri del nostro paese.

“La Storia andrà riscritta bene con tutti i suoi falsi eroi e falsi miti, è l’unica cosa che posso fare, ma la partita della storia non gliela faccio vincere…” e la sua battaglia Craxi l’ha vinta. E’ vivo e presente come un tarlo per chi è appassionato di storia. Per nulla somigliante a gran parte dei colleghi: “Io non conosco la felicità. La mia vita è stata una corsa ad ostacoli, e non mi sono mai fermato per dire a me stesso ora sei un uomo felice”. Gli anni passano. Passa il tempo inesorabile…e Bettino resta un autentico, coraggioso “riformista”. Lo è stato quando per gli intellettuali alla moda esserlo era una colpa. Oggi riformisti si dicono tutti, ma fu sua l’intuizione della Grande Riforma del sistema politico che snellisse la struttura barocca e ripetitiva del funzionamento dello Stato. Fu fermato dall’immobilismo interessato delle tante corporazioni conservatrici che ancora oggi si nascondono sotto il rispettabile mantello dei parrucconi sacerdoti della sacralità costituzionale. Fu travolto dal ludibrio delle monetine ma la sua colpa più grave, per la sinistra intellettuale, goffa e inconcludente, del tutto imperdonabile fu quella di aver avuto ragione, la ragione che attribuisce solo la Storia.

Volevano che stesse zitto. Che smettesse di parlare. Molti vorrebbero che fosse un ricordo. Una foto ingiallita. Un peso sulle proprie coscienze che si allevia col tempo… e invece è vivo. Quando si sa guardare lontano, il tempo ci attraversa, ci viene accanto, non ci lascia mai indietro e Bettino, al di là della damnatio memoriae che sembra ora diradarsi, parla a noi del presente come una voce ricca di lezioni, di riflessioni di premonizioni. “Io parlo e continuerò a parlare” è il monito alla tremenda ingiustizia che lasciò morire in esilio un leader fra i più importanti del nostro tempo

PRIMO PIANO