Salute o adattamento?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di Eugenio Maggio. Educatore, pedagogista ANIPED.

Una delle discussioni che anima la scena politica delle nostre città, in relazione alle tematiche causate dall’inquinamento è stata quella che ha sancito, ha detta di molti, il primato indiscusso della salute su tutto il resto. Non condivido questa conclusione. Devo registrare con rammarico che abbiamo ascoltato, a tale proposito, da parte di numerosissimi cittadini, anche tra i più “titolati” prese di posizioni spesso non sufficientemente argomentate, spesso animate da emozioni, piuttosto che da riflessioni. Di qui l’esigenza di chiarire concetti fondamentali con la consapevolezza che questi non possono che essere un contributo alla discussione in corso. Nel 1954 il grande psicologo americano Abraham Maslow, nel suo celebre testo “Motivazione e personalità”, del 1954, elenca la gerarchia dei bisogni umani, da quelli di base a quelli di vertice. Egli ne individua i seguenti a partire dal vertice: autorealizzazione (moralità, spontaneità, creatività, problem solving, ecc.) stima (realizzazione, autocontrollo, autostima, ecc.) appartenenza (amicizia, affetto familiare, partecipazione al gruppo, ecc.) sicurezza (sicurezza fisica, di lavoro, morale, familiare, di salute, ecc.) fisiologia (alimentazione, sonno, riposo, sesso, ecc.) Maslow ritiene che per soddisfare i bisogni di vertice è prima indispensabile soddisfare i bisogni di base, ovvero attraverso una soluzione gerarchica dei bisogni generali. Ma possiamo affermare che l’uomo ha risolto in tutto o in parte i suoi bisogni così come Maslow li ha enunciati? Se esaminiamo attentamente i cinque grandi gruppi che costituiscono la piramide, si può affermare che tutti sono stati praticamente disattesi. Non è difficile dimostrare come l’uomo viva in un contesto sociale in cui si manifestano tutti i problemi di natura primaria: una vita di stenti che presenta assenza di cibo oppure una sua sovrabbondanza, dalla impossibilità del riposo, a un consumo del sesso spesso offuscato da manifestazioni violente. L’insicurezza fisica causata da un mondo nel quale sempre più si manifestano episodi di violenza di ogni genere, la mancanza del lavoro, la disgregazione familiare, l’aumento delle patologie croniche a danno della salute. L’isolamento su se stessi, dove l’incomunicabilità sembra prendere il sopravvento, grazie anche alle nuove tecnologie, sui tradizionali centri aggregativi come la famiglia, il gruppo, le amicizie, capaci di preservare l’individuo da qualsiasi deriva esistenziale. Tali mancanze danno vita ad un uomo privo di autostima incapace di realizzarsi, a danno della sua moralità, creatività e spontaneità. I bisogni di Maslow introducono un altro grande argomento, quello dei diritti umani universali i quali dovrebbero sancire l’agire umano. Alcuni filosofi – Hobbes, Locke e, più tardi, Rousseau pensarono a uno stato naturale, che precede la società, in cui ogni individuo è titolare di diritti umani e naturali nei confronti dei suoi simili. Secondo questa ipotesi, al fine di tutelare tali diritti gli uomini costituiscono le società caratterizzate da forme di governo. L’umanità è quindi chiamata alla legittimazione dei diritti naturali i quali dalla legge possono soltanto essere confermati e non negoziati. Se così non fosse, risulterebbe essere messa in discussione la stessa esistenza dell’uomo. Inoltre, non possono essere enunciati in forma di classifica, cioè stabilire tra questi quali sono i più o meno importanti in quanto se soltanto uno di essi verrebbe non previsto o considerato marginale, è facile immaginare come l’uomo risulterebbe privato e compromesso nella sua esistenza e integrità naturali. Del resto a supportare tale verità e ritornando al tema della salute, l’OMS nel 1948 ci spiega senza ombra di dubbio il suo significato: “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”. A venti anni di distanza della Proclamazione dei diritti dell’uomo a Jeanne Hersch, deceduta nel 1990, allora docente di filosofia dell’università di Ginevra e direttrice della divisione di filosofia dell’Unesco, fu chiesto di elaborare un saggio proprio sui contenuti della Proclamazione. Ne uscì un lavoro illuminante e pieno di spunti riflessivi a tutt’oggi di straordinaria attualità. A proposito del diritto alla vita che la Hersch ridimensiona fortemente adducendo come motivazione che l’uomo non può ergersi a immortale e che lo stesso pur di difendere un principio di civiltà, come la storia insegna, preferisce morire piuttosto che soccombere alla prevaricazione di un proprio simile. Inoltre, sulla base di questo assunto, Hersch spiega che i diritti, tutti, sono piuttosto il risultato di lotte spesso cruente di uomini contro altri uomini al fine di ottenerne il riconoscimento. Si tratta insomma dell’ottenimento dei diritti utilizzando lo strumento della rivendicazione. Il diritto alla circolazione, ad esempio è esercitabile solamente se altre persone me lo riconoscono. Se trovo le frontiere chiuse risulta evidente che tale diritto viene compromesso e viene compromessa anche l’integrità umana. Posso vivere se questo diritto mi viene universalmente riconosciuto dai miei simili e non perchè sono un essere umano. Il pensiero di Hersch contraddice la visione illuministica dei diritti, che vede l’uomo in quanto tale, già dal suo concepimento come titolare di diritti. Piu recentemente nel dicembre 2009 si è tenuta a L’Aia una Conferenza Internazionale dal titolo “Is health a state or an ability? Towards a dynamic concept of health” (“La salute è una condizione o un’abilità? Verso un concetto dinamico di salute”). Il dibattito si è sviluppato soprattutto sull’aggettivo “completo” contenuto nella definizione di salute dell’OMS : l’aspirazione a una sorta di primato e compiutezza del benessere appare un obiettivo troppo distante dalla realtà e di conseguenza difficilmente realizzabile. Oggi, con una popolazione sempre più “vecchia” e con un numero crescente di persone colpite da una o più malattie croniche, quell’aggettivo “completo” rende il “benessere”, cioè la “salute” una condizione poco realistica, addirittura astratta. La discussione degli esperti alla conferenza olandese ha portato ad un ampio consenso per lo spostamento dall’attuale formulazione statica verso una definizione più consona ai tempi basata sulla capacità di fronteggiare, mantenere e tutelare la propria integrità, il proprio equilibrio e senso di benessere. La visione preferita di salute è stata “la capacità di adattarsi e autogestirsi”. Questo implica la promozione di un processo formativo che sia in grado di educare i cittadini verso le conclusioni formulate nella conferenza dell’Aia. In conclusione sulla base di quanto esposto, non si vede una soluzione all’orizzonte dei numerosi e drammatici problemi enunciati. Non si può far prevalere un diritto sugli altri, per non ricadere nell’errore di colpire ancora di più l’integrità fisica e morale dell’uomo. I diritti, anche se diversi, conservano una stessa matrice che Maslow ha magistralmente spiegato nei suoi studi. Una soluzione potrebbe essere, anche se di lentissima realizzazione quella proposta dalla conferenza dell’Aia ovvero “la capacità di adattarsi e autogestirsi”. Del resto tale conclusione non rappresenta una novità. L’uomo non è altro che il risultato della sua lentissima evoluzione dove la sua sopravvivenza è dipesa dalla sua capacità di adattarsi e autogestirsi. Ha dovuto superare le prove più drammatiche, anche quelle che in qualche caso ne avrebbero provocato la sua scomparsa. Prove più diverse, dalle guerre alle malattie, dalla fame alle carestie, dai sistemi totalitari alle tecnologie, dalle sofferenze interiori alla incomunicabilità. Solo per citarne qualcuna. Se forse affrontassimo i fatti con questa consapevolezza probabilmente si aprirebbero strade nuove sino ad ora inesplorate.

 

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