Quel pomeriggio del 19 gennaio 2000…

di Alfredo Venturini

 “Dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero… Piuttosto muoio qui, in Tunisia…  “La mia libertà equivale alla mia vita”…

Nella sua telefonata da Hammamet si riferiva al presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Avrebbe dovuto essere curato in Italia. A sua insaputa, si lavorava ad un’ipotesi: Craxi sarebbe rientrato a Fiumicino, di lì sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo per accettare una domanda di arresti domiciliari, dopodiché sarebbe stato trasferito al San Raffaele di Milano.

Rifiutò fermamente un rientro “condizionato”. E in quel suo rifiuto c’è tutto il leader che conoscemmo. Un uomo tutto d’un pezzo. Orgogliosissimo. Pronto a mettere in gioco la sua stessa vita, pur di non subire l’umiliazione della carcerazione da quei magistrati, protagonisti di un “complotto giudiziario”. Un “garibaldino” non si sarebbe mai arreso ai suoi persecutori!

Sapeva a cosa stesse andando incontro. Francesco Cossiga era andato a trovarlo il 18 dicembre e da lui Bettino si era congedato così: “Tu lo sai, vero, che questa è l’ultima volta che ci vediamo…”. Il 24 ottobre venne ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Tunisi. Oltre al diabete, ai seri problemi di cuore, si scoprì un tumore al rene. Don Verzé scrisse a Ciampi: «Craxi è condannato a morte vicina» e privarlo della possibilità di tornare in Italia «equivale a spingerlo nella fossa». Venne operato a Tunisi in condizioni ambientali molto critiche. Nelle ore successive arrivarono a Craxi tanti messaggi di auguri, anche un fonogramma di poche righe del presidente del Consiglio Massimo D’Alema, “confidenziale” e non ufficiale.  “Ha paura di esporsi anche per poche righe di circostanza, me le manda anonime e di nascosto, senza firmarsi? Bel Presidente del Consiglio socialista che si rivolge ad un ex Presidente del Consiglio socialista!” Ultima ferita dentro un corpo martoriato. Morì di crepacuore intorno alle 17 del 19 gennaio del 2000.

Da quel giorno riposa nella sabbia del piccolo cimitero cristiano di Hammamet.

Il suo testamento politico si riassume in una frase detta in un lungometraggio girato nei suoi giorni ad Hammamet: “Io parlo, parlerò, continuerò a parlare”.

Tutti sanno  che «buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale ». Sfidò tutti i partiti: «Se gran parte di questa materia deve essere considerata puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che nessuno in quest’aula possa alzarsi e pronunciare un giuramento contrario a quanto affermo».

Nessuno si alzò, da sinistra, dal centro e da destra, per contraddirlo. Le favole sul suo “tesoro” custodito in conti cifrati sparsi per il mondo, sono evaporate di fronte all’incalzare della cronaca degli anni successivi.

Un manipolo di giudici, misero in atto, una campagna di odio contro di lui. Furono gli anni della ghigliottina mediatica, senza aver alcun rispetto per le regole fondamentali dello Stato di diritto. “Rivoltare l’Italia come un calzino”.  Una barbarie  giustizialista che ha dato un colpo mortale al sistema  della democrazia parlamentare.

Oggi politicamente stiamo pagando le amare conseguenze di quella falsa rivoluzione giudiziaria.

L’Italia ha cancellato in modo illegittimo i partiti della prima Repubblica, assestandosi poi in un sistema litigioso ed inconcludente.

La sinistra, quella della “questione morale”, che legge le sconfitte non come la rivelazione del proprio limite ma come frutto di un tenebroso complotto non è cambiata. Una sinistra per cui ogni mezzo è buono per vincere, anzi più ancora conta la sconfitta dell’avversario. A qualsiasi costo. À la guerre comme à la guerre, senza andare troppo per il sottile. Nella Sinistra italiana “la sindrome di Craxi” è sopravvissuta anche a Bettino.

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