QUANDO SBARCO’ FALANTO

Le vedette sui monti (Montemesola, Monteparanto Monteiasi…) lo avevano segnalato da giorni. Avvistate in mare strane vele, navi nere che risalivano da sud (infatti erano tutte sudate). La notizia arrivò in un baleno a Taras e il villaggio entrò in subbuglio, ma dovettero spiegare alla gente cos’era un subbuglio perché all’inizio nessuno ci voleva entrare. I turisti! I turisti!

Tutti gli Iapigi si vestirono a festa, con gli abiti più sgargianti, e i capi del villaggio andarono di corsa a comprarsi uno smoking o almeno un doppiopetto blu da cerimonia. Ciascuno ebbe l’incarico di scopare davanti all’uscio della capanna e molti furono poi denunciati per atti osceni in luogo pubblico perché non avevano capito. Furono nascosti precipitosamente i carretti a tre ruote, raccolte tutte le carte per strada, ma francamente erano poche perché la carta ancora non esisteva…

Il Capo Villaggio chiamò fuori dal recinto gli armigeri e ordinò di lucidare le corazze col Sidol, prima di andare in strada a dirigere il traffico: qualche cane, un paio di muli… Si allestirono bancarelle con souvenirs turistici, cozze scolpite e intarsiate, paricelle dipinte e presepi di conchigliette (ma non era l’VIII secolo avanti Cristo? Mah, vabbe’…). Si presentò il problema delle guide turistiche: che gli facciamo vedere a questi turisti? il Museo? – Non ci sta quasi niente, la storia è appena iniziata… –. Meglio qualche cassetta di Raffo, un po’ di pizzica pizzica iapigia (prima che diventasse fraudolentemente messapica) e poi “Vide u mare quand’è bèlle…”. Improvvisamente il dramma: ma che lingua parlano i turisti? Non sono di qua, quindi sono giargianesi. E chi lo sa il giargianese? Qualcuno che aveva fatto un corso per corrispondenza si propose e fu subito assunto.

Poi tutti al porto, il Capo Villaggio in testa con elmo e scettro, poi i vecchi del supremo consiglio iapigio, il comandante degli armigeri e i sacerdoti dei culti più importanti, anche se all’epoca c’era appena una Parrocchia di Zis. Quindi la banda di corni, tamburi e timpani, e poi gli striscioni di benvenuto, su cui non c’era scritto niente perché ancora non sapevano scrivere.

E arrivarono gli Spartani. Attraccarono al porto fra le barche da pesca, i pontili galleggianti insieme alle bottiglie di plastica, un fiezzo di cozze affitisciute e rivoletti di acqua sospetta che scendevano a mare. Sbarcò un tizio, alto, biondo e con gli occhi azzurri, rivestito di un’armatura splendente e una gran lancia dalla punta di bronzo lampeggiante (no, non era un’autoambulanza), che tutte le femmine iapige fecero – Oooooh! Mado’ quante jè bèlle! –

– Olà, bella gente – disse il tizio – Mi chiamo Falanto e vengo da Sparta e conduco meco codesti eroi splendenti di vigore. Siam diretti a Saturo, come ci dicette l’oracolo a Delphi, ma forse abbiam sbagliato la via. Sapreste indicarci la via per Saturo? –.

Gli iapigi tarantini si guardarono in faccia tra di loro, con un certo qual stupore: – Ma allora non siete venuti per noi? Qui è Taras, non Saturo… No turisti? No turnisi? –.

Allora dal popolino iapigio alle spalle dei capi si levò una voce: – Ci avìte a scè a Satùre, facìte apprìme a sce affangùle tutte quante! N’avìte fatte ‘mpusumà comme a nu matremònie, ste ricchiùne! –

Fu così che Falanto andò a Saturo.

Odisseo

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