Ode al Galeso

di Mario Guadagnolo

 

Cari amici l’altro giorno ho fatto una passeggiata con la mia Vespa al Galeso e come da tempo immemore accade l’ho trovato in condizioni pietose. Sporcizia ovunque, lattine di Coca Cola, tovaglioli, resti di banchetti, bottiglie di birra rigorosamente Raffo come testimonianza identitaria di tarantinità sporcacciona, profilattici, buste di plastica. Insomma i resti di una umanità incivile, scostumata e inconsapevole del luogo. La targa che a suo tempo ponemmo insieme ad un drappello di volenterosi, Paolo De Stefano in testa, su un cippo ricordo del posto è sparita. Di essa rimane   qualche frammento di marmo per terra, residua testimonianza di qualcuno che ha pensato di celebrare il posto spaccandone la memoria. Ci sono puntualmente due bellimbusti che lavano un suv, una signora (si fa per dire) che ha organizzato un fornello e si appresta ad arrostire fegatini e gnomarelli, il rombo assordante delle macchine sulla superstrada che incombe oscena sul fiume e le barche dei pescatori che sul luogo hanno costruito improvvisati capanni  per gli attrezzi e le barche che ostruiscono la foce. Mi sono incazzato come un cane e di ritorno a casa mi son detto che è inutile recriminare perchè alla incapacità di chi amministra e alla stupidità degli uomini non c’è riparo. Ma non perdo la speranza e mi chiedo se per caso sia ancora possibile che là dove non valgono le azioni degli uomini forse può valere la poesia che dice prima, dice meglio e con più forza. Per questo mi sono messo a scrivere un’ode al Galeso rovistando tra le reminiscenze, raccattando tra le scatole della memoria, rubando versi e contaminando liberamente e senza regole metriche da Carducci a Dante a Foscolo a Leopardi ecc. Ne è venuto questo pot pourri di poesia incazzata che vi sottopongo perché tra il serio ed il faceto possiamo meditare sulle nostre disgrazie e forse ancora recuperare il già perduto.

 

Alle fonti del Clitumno

Alle fonti del Galeso

 

Ancor dal piano che di fruscio di serpi sibila

ondeggianti cipressi all’aura mormoranti

e punge l’aria profumata di silvane

felci e di pini

a te scendevano un tempo

nella sera odorosa o Galeso

le capre e gli armenti

ed i pastori col vincastro in mano.

A te ora il tarantin cafone  

i puzzolenti piedi  nell’onda

affonda mentre

ver lui la moglie dal sen robusto

scalza siede al fornello e grida

“stoc arroste le bombette”.

Nicolin stolto sorride,

cafon di jeans fetenti il culo avvolto

regge la manichetta che lavar dovrà

la macchina di polvere insivata, 

un fuoristrada dai bei cerchi in lega,

e piscia sulle sacre rive

che Virgilio amava e ora

qual turco incazzato

corrucciato osserva.  

Oscuri intanto e minacciosi

fumano i camini sulla città.

Grande, immensa, potente

dalle colline ecologiche digradanti in cerchio

l’Ilva minacciosa incombe

mentre rosse di ferro

le strade dei Tamburi

pullulano di traffico impazzito.

Taranto mia sul tuo Galeso

or vedo reperti immondi

di screanzati e sporcaccioni

ma non vedo la gloria e le vestigia antiche

di Leonida poeta e di stratego Archita.

Chi l’ombre distrusse del piangente salcio

sulle rive leggiadre al dio Galeso

dove noci rotonde, fichi rugosi

e succose pere  gareggiavano

col miele più dolce di quello dell’Imetto?

A te venisse un accidente

lercio lavator di macchine

figlio di madre ignota! 

Qui dove riposa il genio di tarantine glorie

l’erba che fu pascolo a nobili armenti

coperta vien invereconda sorte

di escrementi di mortal coglione

e nera polvere e malefica

che sol diffonde morbo infame e morte.

Qui folti intorno al sacro nume

onde evitar lo scempio

stieno poeti e letterati

mentre tu nobile Galeso

testimone di nobili natali

spargi lamenti intorno.

Or dinne come la sorte infame

permise così grave e atroce offesa

al tuo sacro fluire

verso il paterno mare? 

Dì come avvenne che incuria di omo

vile e di sesterzio avido

calò scure di sua ignoranza

su di te niger et ombrosus Galeso

togliendo ai tarantini radici, storia,

memoria e appartenenza?

Chi cotesto oltraggio causando

ti procurò siffatto scempio

a perenne e codarda infamia

sua e dei suoi figli? 

Come avvenne che puteolenti fumi

ammorbassero amene rive

di italo nume e fugassero i poeti?

Come avvenne che osceno

cemento di autostrada

affogasse tue silvane sponde

in triste e arida corsa  

di macchine rombanti?

Vergogna Taranto imbelle e gloria a te

del puro fonte nume Galeso!

Sento in cuor l’antica

rabbia e il giramento di coglioni

per  questi vili. 

E a queste rive
vennero spesso Piero e Mario e Paolo ad ispirarsi.

Irati a’ patrii Numi, erravan muti

ove Galeso è più inquinato,

i salici e il picciol mar
desïosi mirando; e poi che

sporcizia e monnezza gli mordean la cura
qui posavano austeri; e avean sul volto
il pallor dell’ira e la speranza
e le palle fumavan sdegno ed ira.

Ah sí! Da quelle ombrose sponde
un Nume parla.

Giorno verrà

che i tarantini cui conservò Natura

saggezza e giudizio

ritorneranno a queste sacre sponde

per ritrovar se stessi, la patria e il loro onore.

Un dí vedrai
mendico Mario il calabrese

errar sotto l’ombre silvane e brancolando
vagar sulle tue sponde e abbracciar li tronchi
di pini e di salici frondosi e interrogarli.

Gemeranno le piante e tutta narreranno l’acque

la storia di misfatti e colpe scellerate

di aver strappato e offeso radici di sua stirpe.

Il calabrese placando quelle afflitte fronde col suo canto,
racconterà di Annibale, Raimondo e di Riccardo

che dall’urbe fu nomato, 

di Orazio, di Vergilio e di Properzio,

di Marziale, di Pascoli e D’Aquino,

di Claudiano, De Stefano e Gandiglio.

Tue acque canterà

per lo picciolo e grande mare.
E tu onore di pianti, Galeso, avrai,

di tarantini incliti e pensosi

delle sorti tue e di Taras

domator di delfini.

Subitamente da li antri salì un grido

d’ira carico e di sdegno

e risuonò la tromba per lo picciol mare

dal Cervaro a la marina

caliginosa

 “Maledetta sie progenie di Sparta

erede indegna,

molle et imbelle Tarentum

disonore di stirpe atride 

che poeti e poesia occide 

e lascia d’incuria e di sporcizia

offendere mie rive

ed insozzar di fumi e polveri

mie acque care ad Orazio a Vergilio ed a Properzio”.  

Poscia il grande padre Galesus

il viso corrucciato e truce  

gli occhi di bragia accesi

ritorna alla sorgente e s’inabissa

non dopo aver di remo dato in testa

al cafone lavator di macchine

e alla moglie dal robusto sen

di polipi friggitrice e di bombette. 

 

 

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