ODE AL “FABRICO DERELITTO”(PALAZZO DEGLI UFFICI)

di Nino Palma.

 

Cari amici, l’altra sera decidemmo io e mia moglie di uscire per farci la solita vasca in Via D’Aquino. Arrivati al cospetto del Palazzo degli Uffici, non potetti fare a meno di dare un’occhiata a quel Palazzo dove ho trascorso tanti anni della mia vita. Solite impalcature, soliti panneggi a strisce. Un vero e proprio scoramento, che mi ha portato a scrivere questa Ode  al fabrico derelitto. Per chi non lo sapesse la denominazione di fabrico derelitto fu quella che i nostri antenati diedero al Palazzo, quando, a partire dal 1799, i lavori di costruzione rimasero interrotti per oltre ottanta anni.

 

“Torneremo a chiamarti così

come ti chiamarono i nostri antenati

allorché per la prima volta fosti

a te stesso abbandonato?

 

Forse torneremo a chiamarti così!

Ora che ti appresti a superare

il record dei 16 lustri

raggiunto tra fine Settecento

e metà Ottocento, allorché

d’improvviso fosti lasciato,

mozzo il capo e in brandelli ridotto,

e poi vilipeso, deriso e fatto oggetto

di trastulli e conversari spassosi!

 

Oggi la storia si ripete, perché

son già tre lustri che te ne stai lì,

“derelitto”, sbiadito, decapitato,

in balia di piogge e tempeste,

eternamente attraversato

da una fauna variegata,

di giorno e di notte scacazzato

da stormi di volatili, che per comoda

e immensa cloaca  ti scambiarono!

 

Te ne stai lì! Muto e solitario!

triste nel tuo mortale pallore

e nel deserto dei tuoi spazi!

Monco il respiro

reso così da trabiccoli e ferraglie

che circondano le tue vetuste

facciate, che qualcuno, forse mosso

da pietoso spirto, rivestì

di panni fatti sudici, per non turbare

la vista di peregrini e passanti!

 

 

Te ne stai lì! Da tutti evitato

per il puzzo che promana

dai tuoi antri fatti immondi,

per l’indecoroso spettacolo che offri,

per i tuoi angoli lordati

dal piscio, dalla merda e dal vomito

di qualche ubriacone

che a tarda notte avverte

imminente il bisogno

di svuotare stomaco, viscere e vescica

e trova comodi, per farlo, quegli angoli bui.

 

Te ne stai lì! Tu che un tempo

eri il signore del centro città,

ogni giorno a festa agghindato!

Tu che per anni sprigionasti

dalle tue mura maestose

cultura e sapere! Tu che testimone sei

stato di storie e destini di uomini illustri,

e di valorosa gioventù che non esitò a dare

il suo tributo di sangue alla Patria in guerra.

 

Ti vedremo un giorno risorgere?

Non so e ne dispero! Credo che

la tua solitudine e il tuo abbandono

si protrarranno al di là del tempo

che ci sarà dato di vivere!

Credo che altre generazioni passeranno

alle quali non sarà dato di apprezzare

le tue nascoste bellezze e i grandi

tesori che in grembo custodisci:

preziose reliquie di un tempo che fu!

 

Te ne starai lì! Solo, abbandonato ancora per anni

tra promesse di ripresa dei lavori,

date ballerine e feste inaugurali!

Oggetto di qualche sguardo furtivo,

di qualche sospiro di chi lì passò

gli anni migliori della sua giovinezza!

Te ne starai lì!  Orfano per sempre del riso gioioso e

delle voci argentine

di fanciulli e fanciulle, privato

dalle voci arrugginite di illustri maestri

che dalle maestose tue aule seppero dire

parole di vita, di bellezza, di arte e poesia!

 

Chissà se un giorno

schiere di ragazzi e ragazze

torneranno a circondarti

in un abbraccio grande tanto

quanti sono i metri

delle tue superfici!

E leveranno verso di te

le loro canzoni d’amore

e tu commosso tutta narrerai

la tua storia lunga due secoli,

le avventure, gli uomini,

le gesta, gli eroi, gli amori,

le parole che dentro di te

si consumarono!

 

E chissà se al tuo canto i cittadini si desteranno,

chissà se usciranno dal loro torpore

quelli che contano e amministrano!

Chissà se prenderanno coscienza di te, della tua storia,

delle bellezze deperite e sepolte,

e ti restituiranno infine agli antichi fasti

e ai passati splendori!

 

NINO PALMA

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