Necessita una profonda rigenerazione!

Pino Grandinetti, abile provocatore, ha lanciato un interessantissimo dibattito sulla storia economica di Taranto, dal dopoguerra ad oggi, ed i suoi futuri sviluppi, che si è svolto  con le Amiche e gli Amici Salvatore Romeo, Mario Guadagnolo, Maria Lori Gatto, Pippo Mazzarino, Piero Caroli, Alfredo Venturini, Archita Di Serio, Massimiliano Mannavola, Robero Mignogna, Pinuccio Stea, MarisaLieti, Michele Angelo Lentini, Franca Tommasi, Stefano Giove, Vincenzo Mosca. Abbiamo chiesto a Fernando Blanda di tracciare una sintesi che non ha l’ambizione, come lui stesso dichiara preliminarmente, di voler essere la conclusione di quel dibattito, quanto invece una traccia sulla quale continuare a discutere. Se non si rompe non si aggiusta… e il nostro territorio   dovrebbe riscoprire l’abilità del “Conzagraste”. Un artigiano  la cui maestria un tempo era essenziale. Reduce da una civiltà contadina “riparava” oggetti ceramici indispensabili per la conservazione, la trasformazione e l’ uso di derrate alimentari.(La Malalingua)

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In questi ultimi anni ho scritto qualche articolo, un libro di memorie e ultimamente molto su facebook partecipando a riflessioni ed analisi che ho trovato molto interessanti. A tale proposito, su La Malalingua recentemente, subito dopo il referendum, ho scritto di non credere più nel processo di risanamento ambientale connesso al rilancio produttivo dell’ILVA, in quanto non condiviso dalla comunità tarantina, anzi osteggiato da una sua parte, e men che meno sostenuto dalle classi dirigenti nel loro complesso, con la lodevole ma insufficiente eccezione dei sindacati. Questa è l’unica amara conclusione che mi sento di fare. Una cosa però la voglio dire da emigrato, anche se atipico, al Nord. Qui in Romagna ho toccato con mano come la coesione sociale, la presenza, in tale contesto, di una borghesia responsabile, la buona politica che fa funzionare le istituzioni democratiche, grazie ad un mezzo secolo di governo di una sinistra che, al di là delle denominazioni, delle narrazioni, delle ideologie e delle liturgie è sempre stata radicalmente riformista, l’assenza assoluta di richieste di tipo assistenziale, ma anzi la presenza costante e caparbia di orgoglio comunitario; tutto ciò è indispensabile per qualsiasi progetto di sviluppo e prospettiva per il futuro. Non sono più intelligenti o più colti di noi eredi superbi della Magna Grecia, sono solo molto più coesi nei valori fondanti. E guardate che qui i conflitti non sono mai mancati e non mancheranno mai, ad esempio tra laici e cattolici, tra sinistra e destra e nella sinistra, tra diversi ceti sociali e tra autoctoni ed immigrati,  ma questi conflitti, chissà perché non diventano mai distruttivi, e quando il mio amico Sindaco di Cesena esce dal Comune sulla piazza nessuno lo insulta (tranne a volte qualche pazzoide), ma anche i suoi più feroci oppositori gli si rivolgono con stima e rispetto ricambiati. Non è il paradiso terrestre, ci sono anche qui tantissimi problemi e cose che non vanno, ma c’è qualcosa alla fine che tiene unita la società civile, non so nemmeno dire cosa sia, poiché è un insieme di tante cose che però funziona. Non vorrei strumentalizzare il discorso, ma sarà un caso che qui ha prevalso il SI’ al referendum? Detto questo, non credo affatto che i Tarantini siano antropologicamente inferiori, tutt’altro, ma sono convinto che occorra una profonda rigenerazione da parte di una comunità (cui mi sento ancora legato, se non altro per un pezzo importante della mia storia personale), a partire ovviamente dalle sue classi dirigenti diffuse. E bisogna farlo in fretta, non si possono aspettare decenni. Occorre soprattutto passare dalle necessarie analisi alle indispensabili azioni positive che coinvolgano tutte le forze sane e fattive, non facendosi condizionare e travolgere dal vittimismo, dal cinismo, dal velleitarismo, dal pessimismo di cui pure io confesso di soffrire; infine, ma non per ultima, dall’atavica idiosincrasia nei confronti delle istituzioni democratiche, che vanno criticate, incalzate persino contestate, ma mai disprezzate, salvo poi cercare di sfruttarle opportunisticamente. Ricordo spesso il detto popolare secondo cui se non si rompe non si aggiusta. Bene, si rompa tutto quello che non va, ma poi quando giungerà l’ora di aggiustare? Altre realtà del Sud, pur con limiti e contraddizioni, lo hanno fatto, penso per esempio alla Basilicata o al Salento. Insomma, i Tarantini cosa vogliono fare da grandi?

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