“Muoio se così deciderà il mio partito…

Un saggio di Mario Guadagnolo

…ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la DC né per il Paese: ciascuno porterà la sua responsabilità”. E fu ucciso il Pensiero. Il Potere uccise la Politica. “Il potere e il compromesso uccisero l’ideologia, l’intelligenza, la cultura.

In questi giorni ricorre il 40° anniversario del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro ad opera della Brigate rosse. Confesso tutto il mio fastidio e disappunto per l’ipocrisia e per la retorica con cui si sta uccidendo la storia e si stanno nascondendo le responsabilità politiche e morali di quell’assassinio. Si pensa di mascherare la verità dietro l’agiografia di Moro e la retorica della fermezza dello Stato. E questo è un male poiché se questo Paese non farà definitivamente i conti con la verità storica e col proprio passato, se si continueranno a tacere le responsabilità morali e politiche di quell’assassinio non ci sarà né pace né riconciliazione. E le responsabilità morali e politiche dell’assassinio di Moro ricadono interamente sulla Democrazia Cristiana e sul Partito Comunista. Mi rendo conto che la verità è scomoda ed è difficile da digerire ma essa va riaffermata con chiarezza se si vuole davvero rendere omaggio a quel grande statista che è stato Aldo Moro. Per capire cosa è accaduto in quei giorni occorre prima di tutto capire chi era Moro, l’uomo delle grandi intuizioni politiche che vanno oltre la cronaca ed appartengono alla storia. A differenza dei suoi Moro era un politico e uno statista attrezzato culturalmente per un’operazione di portata storica. Superato il dossettismo andava elaborando un’idea originale della evoluzione della democrazia. Si era reso conto che la democrazia nel nostro Paese era una democrazia bloccata, zoppa perché governata da un “bipartitismo imperfetto” come recitava il titolo di un famoso libro di Giorgio Galli che si andava pubblicando proprio in quegli anni. Per uscire dal pantano Moro suggeriva di superare il passato, abbattere gli steccati e “aprirsi ai tempi nuovi”. Era la teorizzazione della terza fase della nostra democrazia. Con l’apertura ai comunisti e il superamento del cosiddetto fattore K Moro rompeva gli steccati, sanciva la fine delle ideologie e dava inizio alla laicizzazione della politica. Non lo capirono i democristiani che temevano di perdere il potere e lo accusarono di essere il cavallo di Troia dei comunisti per portarli al governo. Non lo capirono i comunisti che in maniera cinicamente utilitaristica specularmente rispetto a quello che si pensava in casa DC ritennero Moro il mezzo attraverso cui ribaltare l’apparato di potere della DC e sostituirsi ad essa. L’unica che aveva capito tutto fu una intellettuale lucida e di primissimo ordine della sinistra Rossana Rossanda che di Moro scriveva “ E’ il più lucido esponente della borghesia italiana, l’unica testa pensante di una classe che intendeva perpetuarsi nel potere e continuare ad essere partito-stato”. La Rossanda aveva perfettamente ragione. La teorizzata terza fase della nostra democrazia caratterizzata dall’apertura ai comunisti altro non significava che lo sdoganamento definitivo del PCI facendogli accettare le regole della democrazia borghese (la svolta di Salerno era stata solo una tregua nella strategia rivoluzionaria della conquista del potere) e renderlo innocuo tagliandogli le unghie del residuo rivoluzionarismo, della contrapposizione di classe, dei legami con l’internazionalismo direzione sovietica. Era in fondo la stessa strategia che mezzo secolo prima aveva adottato nei confronti dei socialisti un altro lucido esponente della grande borghesia dei primi anni del secolo Giovanni Giolitti accusato anche lui non a caso di voler portare al governo i socialisti di Turati. Moro in definitiva voleva fare mezzo secolo dopo la stessa operazione di Giolitti, ammansire il toro proletario e integrarlo nella società borghese con ciò conservando il potere alla borghesia.  Il grande merito di quella operazione, questo si storico e politico, sarebbe stato quello di recuperare alla democrazia ed inserirle nel gioco democratico dell’alternanza possibile al governo del Paese l’altra grande fetta del popolo italiano costituita da grandi masse di lavoratori costrette nella riserva e ancora negli anni ‘70  sottratte  al libero gioco della democrazia da un fattore antistorico come il cosiddetto fattore K (k come komunism) che di fatto aveva giustificato fino ad allora la convention ad excludendum del PCI dal governo del Paese. Non lo capirono i democristiani, non lo capirono i comunisti, non lo capirono Kissinger e gli americani che videro in Moro un pericoloso nemico degli americani. Lo capirono le brigate rosse. Il PCI, così ragionavano i brigatisti, attraverso quell’operazione si sarebbe definitivamente trasformato in un partito borghese e quindi addio rivoluzione, lotta di classe e proletariato al potere. Lo capirono e agirono di conseguenza assassinando Moro non solo perché era il rappresentante più significativo e consapevole del nemico di classe ma anche perché era il lucido teorizzatore di quell’idea della quale proprio in quel momento si apprestava a diventare il demiurgo. Ma perché tutti i partiti tranne il PSI si schierarono con il fronte della fermezza? Berlinguer nel PCI dopo i fatti cileni con i famosi tre articoli dell’autunno 1973 su Rinascita aveva teorizzato il compromesso storico cioè la compartecipazione del PCI al potere che è ben altra cosa rispetto all’idea della terza fase della democrazia teorizzata da Moro. Questi parlava di sdoganamento del PCI e di partecipazione al gioco democratico delle grandi masse popolari senza pregiudiziali di tipo ideologico attraverso il libero confronto democratico in libere elezioni non di associazione tout court del PCI al potere con la DC. Per questa operazione il PCI aveva bisogno di accreditarsi agli occhi degli italiani facendo dimenticare il suo passato e la sua storia di partito stalinista legato a doppia mandata con Mosca, doveva far dimenticare la teoria delle brigate rosse come di ”compagni che sbagliano” e lo slogan che nelle fabbriche sosteneva la logica del “né con lo Stato né con le Brigate rosse” e  doveva staccare dalle pareti delle sezioni le foto dei cattivi maestri della rivoluzione eredità di una lotta partigiana mai mandata in soffitta. Per questo il PCI doveva presentarsi come il partito più duro e affidabile e perciò garante delle istituzioni democratiche per cui scelse il ruolo di punto di riferimento del partito della fermezza. Dei partiti minori filoamericani non ci si poteva aspettare che l’arruolamento nel partito della fermezza. Destò meraviglia La Malfa che perse la bussola ed insieme ad Almirante parlò addirittura di pena di morte. Quello che in apparenza desta meraviglia è la posizione della Democrazia Cristiana. La sua adesione al partito della fermezza è apparentemente inspiegabile. Moro era un suo dirigente di prestigio, la sua estrazione filosofica, culturale e politica è di tipo cattolico, è filosofia della mediazione, della sacralità della vita umana e poi la DC non era un partito leninista come era il PCI. Ma in quel momento la DC era scoperta sul lato sinistro e non poteva lasciare al PCI la bandiera di garante delle istituzioni essa che aveva incarnato fin dal dopoguerra il partito-Stato, il partito-istituzioni. Luigi Pintor storico direttore del Manifesto scrive “La DC con il suo schierarsi per il partito della fermezza ha commesso il più grande errore della sua storia non perché ha permesso che fosse assassinato un suo leader ma perché ha tradito la sua identità. In quella circostanza ha negato se stessa ed ha cambiato natura. Quello è stato il solo atto bolscevico che il movimento politico dei cattolici ha compiuto in mezzo secolo”. Il leninismo non appartiene alla cultura della DC e in quell’occasione la DC avrebbe dovuto testimoniare la diversità della sua cultura che è la cultura della centralità dell’uomo secondo il messaggio evangelico e cristiano non dello Stato che invece è il perno della cultura leninista. Con il suo schierarsi con il fronte della fermezza la DC ha rinnegato se stessa ed ha tradito la propria storia. Ma se si fosse schierata dalla parte del partito della trattativa il PCI sarebbe diventato agli occhi del Paese esso solo il garante delle istituzioni. E questo la DC non lo poteva permettere pena la sua sparizione. L’unico che poteva schierarsi contro il fronte della fermezza e poteva chiedere che si aprissero le trattative con i brigatisti era Craxi. Il PSI non era un partito leninista, aveva una storia della quale non aveva da vergognarsi, la storia del socialismo umanitario di Turati, di Treves, di Modigliani, di Matteotti. Per la cultura socialista da sempre vengono prima l’uomo, l’individuo, la persona umana, per cui non avendo conti da fare con il proprio passato né con gli scheletri nell’armadio del leninismo  i socialisti  si dichiararono pronti a trattare con i brigatisti pur di salvare la vita di Moro. Peraltro non dicevano tutti da La Malfa ad Almirante che quella tra lo Stato e le Brigare rosse era una guerra? E in guerra, dicevano i socialistici si tratta con il nemico se c’è di mezzo la salvezza dei prigionieri. E fu così che la DC e il PCI si schierarono dalla stessa parte con il partito della fermezza e il PSI diventò il partito della trattativa. E vinsero il compromesso tout court, il compromesso catto comunista, il consociativismo, l’opportunismo di potere, il cinismo politico. E fu ucciso il Pensiero. Il Potere uccise la Politica. “Il potere e il compromesso uccisero l’ideologia, l’intelligenza, la cultura. Le bandiere rosse del PCI non solo si strinsero con quelle bianche della DC ma si intrecciarono e poi entrarono una nell’altra”. Così scrive Pierfranco Bruni in un suo bel saggio sulla vicenda Moro. Un amplesso tra la falce e il martello delle bandiere rosse e lo scudo crociato della bandiere bianche della DC, un amplesso incestuoso che ha assassinato Aldo Moro il quale non perdonerà mai il suo partito né mai lo assolverà rimproverandogli proprio quello che ha scritto Pintor, cioè quello di aver tradito la sua storia compiendo un atto bolscevico estraneo alla sua cultura. Dalle lettere di Moro emerge tutta la disperazione di un uomo che sa di essere l’agnello sacrificale sull’altare di un basso compromesso di potere e vede appressarsi la morte mentre chi potrebbe salvarlo si perde in “degradanti conciliaboli” e assume la sua vita come il tributo al compromesso che si sta realizzando tra PCI e DC nell’aula di Montecitorio. Nella lettera alla moglie Norina vedendo appressarsi la fine Moro si chiede disperato “Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto, soprattutto i democristiani. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità è inammissibile….Perchè in Italia un altro codice? Per la forza comunista entrata in campo? …con la sua inerzia, con il suo tener dietro in nome della ragion di Stato l’organizzazione statale condanna a morte.” E nella lettera a Zaccagnini “Essa, la pena di morte viene di nuovo reintrodotta nel nostro ordinamento. ….Da che cosa si può dedurre che lo Stato  va in rovina se una volta tanto un innocente sopravvive e a compenso altra persona va invece in  prigione  o in esilio’”. Moro non fu creduto. Cinicamente non si credette all’autenticità delle sue lettere, non si riuscì a leggere nelle sue parole la disperazione vera di un uomo solo che si sentiva merce di scambio la cui vita veniva sacrificata sull’altare del compromesso politico e della “ragion di Stato” . Moro era lucidamente consapevole che la sua morte era lo strumento con il quale lo Stato intendeva recuperare una verginità che non aveva mai avuto. Ed è lo stesso Moro che nelle lettere a Zaccagnini del 22 e del 24 aprile pronuncia senza mezzi termini la condanna senza appello per il suo partito, una condanna che suonerà come una maledizione “Se voi non intervenite il mio sangue ricadrebbe su voi, sul partito sul Paese…. Per questa ragione, per un’evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato, né uomini di partito…” E  nella lettera di commiato alla famiglia “Muoio se così deciderà il mio partito….ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la DC né per il Paese: ciascuno porterà la sua responsabilità”. Se penso che qualche anno dopo la Democrazia Cristiana ricorrendo alla mediazione della camorra tratterà in Campania con le Brigate rosse per liberare un suo assessore regionale Ciro Cirillo e lo Stato scenderà a patti e intratterrà attraverso i massimi organi delle istituzioni dello Stato trattative con la mafia di Totò Riina e Bernardo Provenzano, se penso che lo Stato libererà pentiti del calibro di Giovanni Brusca che aveva sulla coscienza 60 omicidi e lo scioglimento nell’acido di un bambino mentre in nome di un cinico compromesso politico aveva lasciato assassinare Aldo Moro rifiutando lo scambio con una ragazza incinta che non aveva ammazzato nessuno allora il fastidio e il disappunto diventano rabbia e indignazione.

Mario GUADAGNOLO

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