Lo scontro sulle alleanze dentro e fuori il Pd

I sondaggi dicono che un milione e mezzo d’italiani potrebbero recarsi a votare alle primarie del Pd. In  “netto calo” rispetto al 2013. Circa la metà. Le intenzioni di voto dichiarate danno Matteo Renzi al 75% delle preferenze contro il 18,2% di Orlando e il 6,8% di Emiliano.

I commentatori politici del “bel paese” hanno una particolare predisposizione a leggere le “subordinate”: se il risultato appare scontato(principale), bisogna demolirlo attraverso l’incognita dei votanti(subordinata).

La minore  e diversa mobilitazione degli elettori Pd è un fatto indiscutibile che può essere attribuita a origini diverse: le primarie avvertite più come uno scontro che come partecipazione alla scelta delle politiche e del leader, il vantaggio incolmabile di Renzi, la scissione di taluni esponenti di partito, motivazioni assolutamente diverse da  quelle del 2013.

Ma è altrettanto indiscutibile che il Pd porterà  materialmente alle urne oltre un milione di elettori ed elettrici che sceglieranno il leader dei democratici  dichiarando “di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni”, accettando “di essere registrati nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori”.

Quel leader sarà investito dalla legittimazione degli elettori democratici, chiamatela popolare se volete, a guidare il partito e a proporsi come premier del paese.

Alcuni gradirebbe i tempi supplementari. Vorrebbero fiaccare il segretario premier in uno scontro infinito, persino proponendo alleanze con “riserve” che hanno giocato e giocano contro la squadra sino ad abbandonarla. Altri si mostrano talmente confusi e persi fra le stelle da voler segnare il goal nella propria porta magari alleandosi con il Movimento…

Matteo Renzi raccolga il consenso che verrà dalle primarie il 30 aprile e senza ulteriori esitazioni rimetta in cammino il cambiamento con chi realmente lo vuole. Quelli che promettevano “una riforma che preveda tre articoli. Scritti in italiano, non in politichese da farsi in appena sei mesi con i due terzi del parlamento”, dopo il referendum, si sono “persi di vista”.  Si sono fermati all’articolo 1…

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