LA DEA DELLA MONNEZZA

Le imbarcazioni avanzavano lente risalendo da vicino la costa. Un leggero scirocco gonfiava le grandi vele quadre di lino, agevolando non poco i rematori che battevano lenti le lunghe pale nell’acqua di cristallo e, al suono stridulo del flauto che dava il tempo, cantavano in coro: «Vide o mare quant’è belle…».

Sulla nave capofila, in piedi a poppa dietro al timoniere, Falanto scrutava la vicina costa in cerca di un segno. Avevano superato da poco Luogovivo, posto bellissimo ma troppo piccolo per accogliere la pur esigua flotta spartana; poi la Baia d’Argento, piena di barche e navicelle messapiche, e si sa che i Messapi son brutta gente ed è meglio evitarli. Lungo Saguerra solo scogli aguzzi e neri, e case di indigeni, numerose e fitte. A Porto Pirrone Falanto sentì come un fremito nell’animo, come se il dio che lo spingeva volesse dirgli qualcosa. «Avanti adagio» – disse al timoniere – «poi vira lento a dritta ed entra in quella baia più grande, dopo questa». Doppiato il basso promontorio, Falanto restò incantato da quell’acqua azzurra e cheta, da quella spiaggia bianca e rosa, e subito urlò in dialetto laconico ai suoi: «Uagniù, àme arruàte!… aqquà è Satùre ch’à dìtte Apolle!».

Gettarono le ancore, saltarono in mare i baldi eroi spartani, raggiunseo la spiaggia e corsero verso la grotta della ninfa Satyria per fare acqua (nel senso di bere) e rendere omaggio agli dei del luogo. Ma si arrestarono di botto: tutte canne bruciate, alberi rinsecchiti dalle fiamme, cenere. E lungo i sentieri un tappeto di bottiglie di birra, lattine, buste di plastica, erbacce rinsecchite… che poteva essere successo? C’erano capanne indigene bruciate, ma non si vedeva nessuno…

Salirono allora sulla collina a destra, dove una lapide diceva PARCO ARCHEOLOGICO DI SATURO: anche lì sedie e tavoli infranti, vegetazione bruciata, capanne di legno scardinate, luci divelte!

Incontrarono un abitante del luogo, uno japigio che si qualificò come Guastèllion, che parlò in lacrime di incursioni notturne di feroci pirati messapi, o anche locali, che depredavano dal bar patatine fritte e gelati e lasciavano dietro di sé la devastazione. «Ma – chiese Falanto – codesto luogo da quale pòlis dipende? Non ci sono magistrati, efori e strateghi che proteggano il territorio e provvedano a far pulire tutto ’sto lerciume?». L’indigeno rispose: «Qui è terra della polis di Louprànion, ma pare che non gliene fotta niente a nessuno. Nessuno che provveda alle canne secche, alle erbacce, alla sporcizia, e tutto va in fumo, e la gente si piange i danni, e si tiene la monnezza».

Fu così che Falanto, allibito perché tutto questo il dio di Delphi non gliel’aveva detto che sennò col cazzo che sarebbe venuto da queste parti, chiamò i suoi uomini a raccolta e ordinò di costruire subito sul colle un tempietto a un dio, per supplicare protezione per quei luoghi e per i suoi abitanti, «Visto – disse Falanto – che qui ci dobbiamo rimanere anche noi, purtroppo, secondo l’oracolo. A Taranto ci andremo poi…». E gli uomini, gli eccelsi spartani, gli chiesero: «Ma a qual dio dedicheremo il tempio?». «Ad Atena – rispose Falanto – e chiameremo il santuario Santa Atena della Monnezza». «Santa Atena della Monnezza, ora pro nobis», risposero in coro gli eccelsi spartani. Era l’anno 706 avanti Cristo e tutto stava per cominciare…

Odisseo

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