“La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”

In questa giornata nella quale viene ricordato il 25 anniversario della strage di Capaci, dell’ assassinio di Giovanni Falcone e dei tre poliziotti della sua scorta quello che indigna maggiormente è l’ipocrisia e la falsità di coloro che oggi commemorano Falcone e che ieri sono stati tra i suoi peggiori nemici. Io voglio ricordare coloro i quali furono nemici di Falcone perché si vergognino e se non hanno la capacità di chiedere scusa alla memoria di Giovanni falcone almeno abbiano il buon senso di tacere. I nemici di Falcone hanno un nome e un cognome e in testa vi sono i magistrati suoi colleghi animati da invidia. Quando Caponnetto lasciò l’incarico del Pool antimafia per ragioni di salute e per raggiunti limiti di età, alla sua sostituzione vennero candidati Falcone e Antonino Meli. Il 19 gennaio 1988, dopo una discussa votazione, il Consiglio Superiore della Magistratura nominò Meli. Magistratura Democratica, con l’eccezione di Giancarlo Caselli che votò a favore di Falcone, voto contro Falcone e a favore di Meli. Il 30 agosto 1988 Falcone ebbe l’ulteriore amarezza di vedersi preferito Domenico Sica alla guida dell’Alto Commissariato per la lotta alla Mafia. I nemici di Falcone non erano solo nel CSM ma erano soprattutto a Palermo nello stesso Palazzo di Giustizia in cui operava. Un magistrato fu l’autore di una serie di lettere anonime diffamatorie  (di cui un paio addirittura composte su carta intestata della Criminalpol), che diffamarono il giudice e i colleghi Giuseppe Ayala e Giammanco Prinzivalli più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, e importanti investigatori come Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli. In esse Falcone veniva accusato di avere “pilotato” il ritorno di un pentito, Totuccio Contorno, al fine di sterminare i Corleonesi, storici nemici della sua famiglia. Gli accertamenti per individuare gli effettivi responsabili portarono alla condanna in primo grado per diffamazione del giudice Alberto Di Pisa, identificato grazie a dei rilievi dattiloscopici. Di Pisa che muoverà gravi rilievi a Falcone sia sulla gestione dei pentiti sia sull’operato, verrà poi assolto in Appello per non aver commesso il fatto. Falcone ha ricevuto dure critiche al suo operato da parte di esponenti come Carmine Mancuso, Alfredo Galasso e in maniera minore anche da Nando Dalla Chiesa, figlio del compianto generale. Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione Antimafia, scriverà poi, in riferimento al fallito attentato all’Addaura contro Falcone: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». Nel gennaio 1990, Orlando interviene alla trasmissione televisiva di Rai 3 Samarcanda, e si scaglia contro Falcone che, a suo dire, avrebbe “tenuto chiusi nei cassetti” una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. Dopo la morte di Falcone la sorella Maria Falcone in un collegamento telefonico con il programma radiofonicoMixer ha accusato Orlando di aver infangato suo fratello: «hai infangato il nome, la dignità e l’onorabilità di un giudice che ha sempre dato prova di essere integerrimo e strenuo difensore dello Stato contro la mafia […] lei ha approfittato di determinati limiti dei procedimenti giudiziari, per fare, come diceva Giovanni, politica attraverso il sistema giudiziario». In un’intervista a Klauscondicio, Leoluca Orlando ha dichiarato di non essersi pentito riguardo alle accuse che rivolse a Falcone. Nel settembre 1991 Salvatore Cuffaro, all’epoca deputato regionale della Democrazia Cristiana e anni dopo condannato per mafia, intervenne a una puntata speciale della trasmissione televisiva Samarcanda condotta da Michele Santoro in collegamento con il Maurizio Costanzo Show e dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso da Cosa Nostra. In quella occasione, Cuffaro, presente tra il pubblico, si scagliò con veemenza contro la trasmissione (tra i cui ospiti era presente Falcone), parlò di certa magistratura “che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana”. Nel 1990 alle elezioni dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura Falcone venne candidato per le liste collegate “Movimento per la giustizia” e “Proposta 88”, ma non venne eletto. Tra i pochi che hanno titolo a commemorare Falcone oltre al popolo siciliano ci sono i socialisti. Claudio Martelli, socialista e allora Vicepresidente del Consiglio e Ministro di Grazia e Giustizia ad interim chiamò Giovanni Falcone a dirigere la sezione Affari Penali del ministero. La scelta di Martelli determinò gli attacchi del Partito Comunista Italiano e di altri settori del mondo politico, Leoluca Orlando in primis, Alfredo Galasso oltre a qualche altro esponente della DC e diversi giudici aderenti a Magistratura Democratica. Quello che duole è che tra coloro che attaccarono Falcone ci sia stato un intellettuale lucido e di altissimo profilo come Leonardo Sciascia che inserì Falcone tra i “professionisti dell’antimafia” cioè coloro che costruivano le loro fortune sulla lotta alla mafia. Una caduta di stile e un grave errore di valutazione per un grande intellettuale della statura morale di Sciascia. Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone convocato davanti al CSM per difendersi dalle accuse di Leoluca Orlando affermò che «non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo». Il ruolo di “superprocuratore” a cui stava lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima che egli vi venisse formalmente indicato, si riaprirono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell’autonomia della Magistratura e una subordinazione della stessa al potere politico. Esse sfociarono per giunta in uno sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati e nella decisione del Consiglio Superiore della Magistratura che per la carica gli oppose inizialmente Agostino Cordova. Così isolato Falcone sapeva che la mafia lo avrebbe assassinato. Nell’intervista concessa a Marcelle Padovani per Cose di Cosa Nostra, Falcone stesso profetizza la sua morte: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” Alcuni giorni prima dell’attentato dichiarò: “Mi hanno delegittimato, stavolta i boss mi ammazzano.” Di fronte a Giovanni Falcone i nani che lo hanno diffamato dovrebbero cospargersi il capo di cenere e sparire. Invece ce li troveremo in prima fila a celebrarlo e a tesserne gli elogi. Già perchè questi ipocriti ominicchi non riescono ad avere neanche la dignità di tacere.

 

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