Giorgio Napolitano, Senato. Seduta n. 522 del 13/10/2015

Signor Presidente, onorevoli colleghi,

se nelle ultime settimane non mi avete notato al mio banco, è perché ho ritenuto più appropriato alla condizione di senatore di diritto, attribuita dalla Costituzione a chi è stato Presidente della Repubblica, il non intervenire, dopo aver dato il mio contributo in Commissione, in una fase di aspro scontro politico in Assemblea, su un terreno tra i più delicati.
Sono certo che comprendiate la mia scelta, alla quale desidero far seguire oggi espressioni di sincero rispetto per la fatica e l’impegno che avete condiviso, pur da diverse e opposte posizioni, in lunghe, talvolta convulse, sedute d’Aula, nell’ambito del calendario stabilito e in vista della sua scadenza conclusiva.

Inutile dire che il quotidiano svolgimento del calendario, fino al termine previsto non sarebbe stato possibile senza lo straordinario sforzo della Presidenza e dei suoi collaboratori, della Commissione affari costituzionali, dei rappresentanti del Governo e di tutto il personale del Senato.

Il mio voto favorevole su questa legge è legato a mie non solitarie e lungamente maturate convinzioni in tema di riforme costituzionali. Le ho ripetutamente espresse e argomentate da Presidente della Repubblica, consultando in proposito molte volte nella scorsa legislatura le forze politico-parlamentari di maggioranza e opposizione e riscontrando almeno formali, ampie convergenze, come documentato dalle comunicazioni con cui ne ho dato di volta in volta pubblica notizia.

D’altronde, la richiesta che mi venne rivolta per la rielezione a Presidente e l’accettazione a cui fui fortemente sollecitato furono ancorate a un impegno largamente comune per riprendere e portare a conclusione le riforme lasciate cadere e al riguardo ricorderete il forte rammarico da me espresso nel messaggio al Parlamento del 22 aprile 2013.

In effetti, il processo riformatore si rimise in moto dopo la formazione del governo Letta, sulla base di un mandato di Camera e Senato a schiacciante maggioranza e con l’ausilio di una commissione di studiosi di alto livello. Toccò poi all’attuale Governo assumersi la responsabilità di presentare, nell’aprile 2014, il disegno di legge costituzionale.

Oggi comunque mi guarderò dal ripetere o ricapitolare i termini della contesa, protrattasi fino all’ultimo giorno in fase di terza lettura della riforma costituzionale. Credo che possa assai di più interessare i cittadini e il Paese la sostanza degli obiettivi perseguiti e dei cambiamenti che si avviano a essere introdotti nel nostro ordinamento. Obiettivi che nel dibattito di queste settimane hanno ribadito di volere anche forze politiche e Gruppi parlamentari drasticamente dissenzienti dalle soluzioni adottate e sostenute dal Governo.

È un fatto che ci si avvia ormai a superare i vizi del bicameralismo paritario: le ripetitività e le non virtuose competizioni tra i due rami del Parlamento, la sempre più grave assenza di linearità e di certezze nel procedimento legislativo, anche in materie importanti e urgenti, e un difetto di fondo della nostra democrazia rappresentativa in quanto non associava al vertice dell’assetto costituzionale la rappresentanza delle istituzioni regionali e locali.

Ci si avvia a poter garantire, almeno per aspetti essenziali, quella stabilità e continuità nell’azione di Governo che non può più mancare, se non con grave danno per il Paese, in un futuro come quello che è già cominciato.

Verificare criticamente quanto si voglia, se a ciò possano valere le soluzioni adottate con il disegno di legge che stiamo per approvare, sarà compito di tutti. Prepararci a mettere concretamente in piedi il nuovo Senato sarà compito di tutti.

Onorevoli colleghi, non stiamo semplicemente chiudendo i conti con i tentativi frustrati e con le inconcludenze di trenta anni; dobbiamo dare risposte a situazioni nuove e ad esigenze stringenti, riformare – arricchendola – la nostra democrazia parlamentare. Al di là dell’approvazione del disegno di legge costituzionale in discussione, bisognerà altresì dare attenzione a tutte le preoccupazioni espresse in queste settimane in materia di legislazione elettorale e di equilibri costituzionali.

Ma l’alternativa a una conclusione positiva di questa terza lettura del disegno di legge costituzionale sarebbe stata il restare inchiodati a tutte le disfunzioni e storture che ben conosciamo, dal ricorso abnorme alla decretazione d’urgenza a una fuorviante conflittualità tra legislazione nazionale e legislazione regionale. L’alternativa sarebbe stata egualmente il restare bloccati nelle contraddizioni del Titolo V, come rivisto nel 2001. Si è invece lavorato a riformare quella riforma senza tornare alla centralizzazione del passato e fermo restando, tra l’altro, il rispetto delle specificità di ciascuna delle Regioni e Province a statuto speciale. L’intento complessivo, fortemente condiviso dal Gruppo cui mi onoro di appartenere, deve essere quello di promuovere risanamento e rilancio del sistema delle autonomie seriamente vulnerato da crisi e cadute di prestigio di istituzioni regionali e locali.

In conclusione, legittima rimane ogni posizione critica relativa a questo o quell’aspetto di un disegno di legge di riforma certamente non perfetta. Se tuttavia penso alle tante occasioni perdute di riforma della seconda parte della Costituzione, ne colgo una causa nella tendenziale, defatigante ricerca, ogni volta, del perfetto o del meno imperfetto.

L’articolo 138 della Costituzione ha circondato di molte prudenze e garanzie ogni possibilità di revisione della Carta. In pari tempo i costituenti si preoccuparono però – cito parole di Ruini – di non «rendere difficilissima una revisione» nel futuro, dinanzi all’emergere di «bisogni sempre nuovi e sempre diversi».

Sennonché, a partire soprattutto dal pi ù ambizioso progetto di riforma del 1998 e dalla sua clamorosa caduta in dirittura d’arrivo, ha giuocato negativamente un fattore politico di fondo. Esso a frustrato ogni tentativo di riforme a larga maggioranza. Nell’ultimo anno sono state determinanti ripetute rotture e incomprensioni nel quadro politico. Io sono il primo a rammaricarmene, perché è stata una sconfitta di tutti.

Ma il fattore politico di fondo cui ho accennato è stato negli ultimi vent’anni il fatale riprodursi di un atteggiamento di insormontabile sospetto ed allarme tra gli schieramenti che competono per la guida del Paese. La verità è che ancora non siamo giunti a quel che, giurando per il mio primo mandato di presidente, definii dinanzi al Parlamento riunito «il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza». Esso avrebbe dovuto significare, dissi allora, il reciproco riconoscimento, rispetto ed ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre Assemblee elettive, l’individuare temi di necessaria e possibile, limpida convergenza nell’interesse generale. Convergenza, aggiungo, su terreni oggi cruciali per l’Italia: l’impegno in Europa e in politica estera, il rafforzamento e il rinnovamento delle istituzioni democratiche.

Il mio auspicio nel 2006 fu, se non ingenuo, certamente precoce. Ma l’esigenza rimane e si è fatta più scottante. Esserne consapevoli e perseguire quella «maturità» finora mancata è la prova a cui nessuna forza politica seria e nessun soggetto responsabile può più sottrarsi.

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