“fratelli separati” che si sono visti crollare il mondo addosso.

Italian Prime Minister Matteo Renzi gestures as he talks during a pre-election congress of the Party of European Socialist (PES) in Rome March 1, 2014. REUTERS/Remo Casilli

di Fernando Blanda

In origine percepivo anch’io un certo disagio ad accettare come segretario del mio partito un personaggio che non solo proveniva da una cultura cattolico-democratica, ma che manifestava una evidente ostilità verso molti autorevoli rappresentanti della storia recente del PDS e DS, prima della fondazione del PD; i quali, pur con alterne vicende, non avevano mai del tutto rotto i rapporti politici con la sinistra fuori dal PD, mentre la nuova leadership non nascondeva di volere operare una netta cesura con quel mondo anche e soprattutto dal punto di vista delle alleanze elettorali. In più, sentivo che la cultura socialista liberale, alla quale ero pervenuto dopo un percorso personale abbastanza lungo, iniziato già all’interno dello stesso PCI, sembrava del tutto estranea all’orizzonte del “renzismo”. Per tale ragione, in occasione della prima fase delle primarie mi ero riconosciuto nella proposta politica di Gianni Pittella che mi sembrava poter coniugare e rendere sinergiche tutte e tre le culture storiche della sinistra, non escludendo quella socialista, anche per superare vecchie diatribe e rancori, secondo me non più proponibili soprattutto alla luce di una fase politica del tutto nuova che richiedeva a tutti di guardare in avanti, non rinnegando certo il passato ma liberandolo da troppe scorie accumulatesi nel tempo. Successivamente, a fronte dello sviluppo delle vicende politiche degli ultimi due anni, mi sono andato gradualmente convincendo che non via sia alcuna alternativa, almeno a medio termine, rispetto alla leadership di Renzi, e dell’attuale gruppo dirigente intorno a lui, sia rispetto al partito sia rispetto al governo, pur non condividendo determinate sue scelte politiche e legislative. Come me hanno ragionato molto più autorevoli rappresentanti sia ex PCI sia ex PSI, mentre altri, nella sinistra interna al PD, hanno invece sviluppato una crescente ostilità politica che viene espressa, si può dire, quotidianamente, vedendo Renzi come colui che, rompendo la pur fragile unità a sinistra, spostava l’asse da un centrosinistra aperto a sinistra ad un centrosinistra decisamente più “centrista”. Quegli esponenti del PD che avevano fatto del dialogo tra “fratelli separati” una ragion d’essere della loro strategia politica, si sono visti crollare il mondo addosso. Ma ancora più in difficoltà si è trovata la sinistra fuori dal PD che ha perso un certo potere di condizionamento dall’esterno che era sempre stato un modo per influire sulle scelte politiche dei governi di centrosinistra, giungendo fino a farli cadere come è tristemente noto. Da questo punto di vista l’Italicum suona la campana a morte per un certo modo di concepire l’alleanza elettorale tra il PD e le formazioni alla sua sinistra, poiché si perde una importante rendita di posizione che fu a suo tempo ben sfruttata dai Turigliatto, dai Rossi, dai Ferrero e soprattutto da Bertinotti, ma anche da alcuni all’interno del PD. Allora, tutta la questione del “combinato disposto” dell’Italicum con la riforma della Costituzione altro non è che il tentativo di riacquistare il “combinato disposto” del potere di condizionamento dei guardiani della vera sinistra dentro e fuori il PD, poco importando che ciò ha sempre causato instabilità politica e programmatica dei governi di centrosinistra, e soprattutto ha comportato il venire immancabilmente al pettine dei nodi di strategia politica irrimediabilmente divergenti tra i “riformisti moderati” e “riformisti radicali”. La strategia dei radicali è dunque così sintetizzabile: da un lato influenzare dall’esterno lo spostamento a sinistra del partito dei riformisti, ma contestualmente lavorare per diventare più forti, cioè gioca, per così dire, su due tavoli. Vorrei sommessamente far notare che in generale in Europa non funziona così. Si fa come in Germania, Spagna e Grecia, dove i radicali si propongono di essere nettamente alternativi rispetto ai riformisti moderati, oppure come in Inghilterra, dove i radicali contendono, attualmente con successo, la leadership ai moderati dentro il partito Laburista. E noi si dovrebbe mandare all’aria una legge elettorale approvata con gran fatica, per consentire che si continui in questo gioco a perdere? Dovremmo subordinare alla modifica dell’Italicum il giudizio su una fondamentale riforma costituzionale, per tutelare la rendita di posizione degli eredi di Bertinotti? La cui rappresentanza, non si dimentichi, è garantita da una soglia minima di accesso, il tre per cento, con l’augurio sincero che possano diventare quaranta per cento, ma con le loro forze e non giocando eternamente di sponda. Ai miei compagni di partito suggerirei di contare sulle forze interne (di cui forse non hanno sufficiente fiducia) per contrastare ogni deriva ultra centrista, vera o presunta che sia. Questo si fa nei congressi e col dibattito democratico nel partito (che va certamente rigenerato) e non giocando pericolosamente con le istituzioni.

FacebookTwitterGoogle+

Lascia un commento