FAVE E FOGLIE

L’han giurato li ho visti in Talsano
convenuti dal monte e dal piano.
L’han giurato e si strinser la mano
cittadini di venti masserie.

Sventolano i vessilli dell’indipendenza! S’affilano zappe e forconi e un’unica alta voce esplode in ogni cuore: “Talsano libera!”. Si prepara con lance e con scudi il carro della libertà, un tràino e un paio di muli, e una folla festante inneggia al grido “Via da Taranto!”.

A parte gli scherzi, soffia il vento autonomista sulla vecchia Europa: la Catalogna insorge contro Madrid, Milano e Venezia contro Roma, i cechi si son separati dai sordi (ops! gli slovacchi). Insomma, ognuno vuole andare per i cazzi suoi. E allora perché non una Talsano libera e indipendente, fuori dall’euro (tànte, pìcche ne stònne…), dall’Europa, dall’Italia e da Taranto? Fuori da tutto, e soprattutto… fuori dai coglioni!

Ma mo’ sendìte a me: la catalogna senza il purè di fave no’ sàpe de nìnde. Le foglie vanno sempre con le fave, le cime di rape cu le chiangarèdde, le cozze cu le tubbettìne. Come diceva Totò “E’ la somma che fa il totale”.

A furia di separarsi si finisce per rimanere soli. E soli si muore. Aristotele diceva, nella Politica: “L’uomo per natura è un essere socievole” (I, 2, 1253a).

Ma di questi tempi pare che i cambiamenti “climatici” non riguardino solo temperature, piogge e uragani, ma anche la testa della gente, sempre più egoista, sempre meno propensa a condividere, sempre più pronta a dimenticare ciò che ha ricevuto e a ricordare solo ciò che ha dato. E la prima cosa che stiamo dimenticando, purtroppo, è quel verso del nostro inno nazionale che recita: «Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi».

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