Era la primavera del 1971…

di Alfredo Venturini.

Ad organizzare quel convegno fu mio fratello Bruno  da cui ho attinto tornando indietro con la memoria di quasi mezzo secolo.

Cominciava a farsi strada la questione ambientale a Taranto e l’Assessorato all’Igiene e Sanità, della Provincia promosse un convegno sul tema “Inquinamento ambientale e salute pubblica”. In quella occasione conobbi il Prof. Giorgio Nebbia: “Da alcuni mesi a questa parte la denuncia dell’uso irrazionale del territorio e delle risorse naturali, la scoperta dei guasti dell’ambiente, congestione urbana, hanno dato vita ad un movimento di opinione pubblica, ad una collera collettiva, come se la grande massa degli italiani si svegliasse dentro un incubo”. La sua relazione su”Progresso merceologico e Progresso Umano” fu una sorta di manifesto scientifico su lo sviluppo sostenibile.

Era la primavera del 1971 e qualcuno aveva cominciato a porsi domande sulla compatibilità del più grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale costruito a ridosso della città.

Ancora oggi l’Ilva, ieri Italsider,riassume in se tutte le contraddizioni della società industriale sull produzione e sul commercio di cose, di beni materiali.

L’acciaio è strategico e per questo indispensabile. Se sparisse con lui scomparirebbe buona parte del mondo che ci circonda. 1600 milioni di tonnellate circa prodotte nel mondo; 25 milioni in Italia e  circa la metà a Taranto. Un processo di produzione lungo, inquinante e dannoso per la salute dei lavoratori in fabbrica, e dei cittadini sul territorio.

L’acciaieria, è tutt’altro che un salotto! Fuoco,  fumi e polveri che oscurano il cielo, sporcano le strade, le facciate dei palazzi, entrano nelle case, nei polmoni dei tarantini. Lavorare in quell’ambiente è pericoloso. Tuttavia è stato il sogno di molte generazioni. Quel salario ha consentito a molti di mandare i figli all’Università, di comprare l’automobile e la casa, talvolta la seconda casa al mre “rigorosamente abusiva” poi condonata. Un benessere pagato dall’inquinamento  crescente, dalle malattie, da un numero angosciante di vittime. Si può produrre acciaio con un costo umano di sofferenze minore abbattendo fumi, polveri e sostanze nocive? E’ evidente che la scelta  comporta maggiori costi di produzione e minori profitti. Ma la scelta non ha alternative se non una innaturale alleanza fra lavoratori inquinati, popolo inquinato e imprenditori inquinatori.

Ho vissuto buona parte della mia vita da protagonista nella evoluzione/involuzione della mia Terra: studente, giovane militante politico, sindacalista della FLM e Confederale, amministratore della mia città, dirigente politico. Non rinnego nulla del mio vissuto e assumo tutta la responsabilità delle mie scelte. Ma come ho più volte affermato non ho mai rinunciato ad esprimere la “mia” opinione costruendola sulla conoscenza che per quanto limitata da sola può consentire un adeguata consapevolezza. Il pensiero indipendente, libero dalla “propaganda”, autonomo. In questi tempi è ancora più difficile ma non impossibile!

Il modello Riva stabiliva la netta separazione fra fabbrica e territorio. Per trasformare Ilva in un’azienda attenta non solo al risultato economico ma anche all’impatto sociale e ambientale della sua attività, è necessario che i cittadini, lavoratori, amministratori e politici siano messi in condizione di partecipare al controllo dell’attività dell’azienda.  Un’azienda rinnovata non può che stabilire un rapporto costante e positivo con il territorio! Va valutata l’ipotesi del preridotto, lanciata a suo tempo da Bondi, o altre opzioni che consentano di ridurre drasticamente l’impatto ambientale e sanitario della fabbrica. Questa sfida è in assoluto la più importante, e in nessun modo può essere lasciata in sospeso.

l’Italia si avvia all’uscita dal carbone entro il 2025. La Strategia energetica nazionale (Sen) attraverso competitività, ambiente e sicurezza delinea una road map per la totale decarbonizzazione dell’economia italiana.  “L’obiettivo, come chiarisce Gentiloni, è avere una strategia che da una parte faccia sì che il nostro sistema produttivo sia più sostenibile sul piano ambientale e dall’altra più competitivo. Questi due aspetti una volta erano  in contraddizione e diversi, oggi è evidente che c’è una coincidenza: lavorare per la sostenibilità non è solo un impegno per le prossime generazioni, ma lo facciamo anche pensando alla competitività del nostro sistema.

Il carbone è il principale responsabile della crisi ambientale a causa delle sostanze nocive che si formano nei processi di trasformazione del carbone fossile in carbone coke, nell’agglomerazione del carbone coke con il minerale di ferro e con calcare e nella trasformazione, negli altiforni, col calore ottenuto anch’esso dal carbone, dell’agglomerato in ghisa. che poi insieme al rottame viene trasformata in acciaio nei convertitori mediante ossigeno.

In molti oggi ci chiediamo se non sia possibile ottenere acciaio, con un processo, già sperimentato altrove, che usa il metano del gas naturale come agente riducente del minerale. Il processo consentirebbe di liberare Taranto dalla schiavitù del carbone, comporterebbe un minore consumo di energia per tonnellata di acciaio prodotto e un minore inquinamento e sarebbe certamente molto più accettabile di quello attuale, anche se nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.

Richiederebbe una radicale trasformazione dell’acciaieria e la soluzione di molti problemi tecnico-scientifici. L’economia e la termodinamica sembrano favorevoli e nel mondo già circa 75 milioni di tonnellate di acciaio sono prodotti ogni anno con ferro preridotto. E’ una scelta che  incontra decise opposizioni. Contro l’acciaio al metano sono prevedili opposizioni da parte delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone. Nel mondo circa 1000 milioni di tonnellate di carbone ogni anno sono assorbite dalla siderurgia mondiale e gli ingenti profitti di queste attività verrebbero ridotti a favore dei produttori, esportatori e trasportatori del metano.

I vantaggi sembrano peraltro riconoscibili; innanzitutto sul piano umano, sociale e ambientale, grazie alla diminuzione dell’inquinamento; verrebbe così data una risposta alla giusta protesta popolare contro l’attuale “acciaio”, e si avrebbero positive ricadute di occupazione nelle fasi di innovazione e ricerca e di costruzione e installazione dei nuovi impianti.

E’ ragionevole credere che la sopravvivenza della siderurgia italiana e dell’acciaieria di Taranto possano passare da una trasformazione tecnologica basata sul metano? La transizione potrebbe incentivare quella innovazione tecnologica di cui tanto si parla, anche con il coinvolgimento delle università, e comunque non potrebbe avvenire per bacchetta magica. Si tratta di fare una attenta previsione e programmazione del ruolo dell’Italia nella produzione dell’acciaio identificando la richiesta futura, la qualità dell’acciaio richiesto e i settori di impiego, dall’edilizia alla meccanica, interni e internazionali.

Jindal South West avrebbe integrato la produzione massima consentita dal ciclo integrale tradizionale (6 milioni di tonnellate) con l’impiego del preridotto attraverso l’uso del gas nel processo di fusione, ottenendo così l’abbattimento drastico dell’uso del carbone, della co2 e delle polveri sottili, l’aumento della produzione fino al ritorno a oltre 10 milioni di tonnellate e il ritorno dell’occupazione ai numeri pre cassa integrazione di circa 10mila unità. Ma i commissari e il Ministro Calenda sulla base dei pareri forniti dagli  advisor hanno scelto ArcelorMittal. Hanno scelto il carbone facendo prevalere, come del resto prevede il sistema di gara, la scelta economica su quella ambientale. Vendere a chi possiede già tante fabbriche mostra la volontà di non investire nella decarbonizzazione.

Non so come finirà. Non ho certezze. Se non quella che Il Sindaco Melucci e il Presidente della Regione Puglia hanno posto in essere con i ricorsi a tutela dell’ambiente e della salute dei propri cittadini. Non mi arrendo alla semplicità di chi mi sussurra nelle orecchie: Non si può fare! Michele Emiliano è un populista. Lo dice ma non ci crede neppure lui…

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