DELFINO TRAVEL

Foto 1 Orfeo-citaredoEra nato a Lesbo, ma essendo maschio non aveva vizietti. A Metimna, per l’esattezza, e fu musicista di talento, chitarrista eccezionale, inventore anche di un nuovo ballo di gruppo, il “ditirambo”, che faceva furore sulle spiagge, almeno allora, nel pieno VI secolo a. C. Ma l’isola gli stava stretta e si trasferì a Corinto, grande città di commerci e soldi, alla corte del tiranno Periandro, un tipetto feroce e sanguinario ma amante della buona musica. La vita a corte però, pur ricca di denaro e privilegi che il tiranno gli accordava, era monotona e pallosa; allora chiese il permesso di fare una tournée in posti nuovi dove la sua arte non era ancora conosciuta. E su una nave di Corinto raggiunse la Magna Grecia e la Sicilia, dove c’erano allora città floride e popolose. Si esibì in grandi stadi, al PalaToro di Sibari, al PalaSpiga di Metaponto, partecipò a numerosi festival, vinse premi a Taormina, e per lui c’erano sempre file incredibili ai botteghini. Mise da parte un bel gruzzolo perché i suoi cachets non erano mica da ridere, ma siccome a quei tempi non c’era ancora la vil moneta né l’IBAN, si trattava soprattutto di oggetti d’oro, d’argento e di bronzo, vesti sontuose, monili raffinati.

L’ultima tappa della tournée fu a Taranto, al Raffofestival, dopo di che, stanco e soddisfatto, noleggiò sempre a Taranto una nave di marinai corinzi, gente esperta e fidata, per tornare a Corinto dal suo amato Periandro. Imbarcato tutto il suo tesoro, felice e soddisfatto, diede l’ordine di salpare. La nave scendeva lungo la costa, Gandoli, Saturo, Campomarino e giù giù fino a Leuca, forse. Ma i marinai avevano adocchiato l’enorme tesoro e confabulavano tra loro: “U sè cè stè – disse uno di loro – mo’ u menàme a mare quanne stè dorme”; “No, ca pare brutte, non si fa così alle persone!” – disse un altro. Dopo lunghe discussioni decisero per un approccio più democratico e civile alla questione: proposero al grande cantante una scelta tra l’essere buttato a mare senza tanti preamboli oppure esibirsi per l’ultima volta davanti a loro e poi scegliere lui come suicidarsi. “Onèste, cumbà – dissero – megghie d’accussi…”. Il poeta scelse la seconda soluzione e indossò tutto l’abbigliamento di scena, ricami, paillettes, piume di struzzo che manco il primo Renato Zero. Imbracciò la cetra e melodiosamente cantò il suo ultimo inno ad Apollo, e dopo l’acuto finale con un gran balzo si gettò in mare, vestito di tutto punto, e scomparve tra i flutti del Jonio mare.

delfiniMa dovete sapere che a quel tempo le nostre acque erano solcate da numerosi delfini che facevano servizio da e per la Grecia; delfini ad Alta Velocità, delfini da carico, da diporto, taxi, un vai e vieni incredibile; trasportavano dei, eroi, semidei e annessi e connessi. Il poeta quindi prese al volo uno di questi delfini che in men che non si dica (e noi non lo diciamo) lo portò sano e salvo fino a Capo Tenaro, che era alla punta del Peloponneso ed era sacro al dio del Mare Poseidon. Di lì, lasciato il delfino, raggiunse a piedi Corinto, ritrovò il tiranno Periandro e gli raccontò il suo triste caso. Periandro disse: “Mò ch’avènene quidde strunze de marenare, l’agghia fa vedè ie…”, perché la nave dei marinai corinzi, che andava piano, arrivò dopo qualche giorno. Periandro li convocò e chiese loro: “U poète addò l’avite lassàte?”, e quelli risposero :”A Tarde, bèlle e aggarbate, ca stè ‘mbiètte a Criste”. Ma proprio allora… tatatatatan! balzò fuori il poeta con cetra e abbigliamento di scena (perché era il classico colpo di scena) gridando: “Strunze, m’avite scettate a mare e v’avite futtute le solde mie!”. Ovviamente confessione piena dei marinai e loro morte fra atroci supplizi.

Come si chiamava il cantante? No, non era Gigi D’Alessio, ma Arione, e questa storia, lo giuro, non me la sono inventata io, ma la racconta (più o meno così) lo storico greco Erodoto che, essendo storico, scrisse ovviamente un libro intitolato Storie; nel libro I, capitoli 23 e 24.

Odisseo

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