Ad Auschwitz per non dimenticare…

di Mario Guadagnolo

Alla fine sia pure in zona Cesarini sono riuscito ad andarci. Me lo ero ripromesso da anni ma sempre per una ragione o per un’altra questo viaggio ad Auschwitz non ero riuscito mai a farlo. Grazie all’ottima organizzazione di Turismo 2000, l’agenzia del mio caro amico Enzo Litta, sono riuscito a realizzare quello che ho sempre vissuto come un dovere morale e civile. Si perché io ritengo che ogni democratico e liberale almeno una volta nella sua vita debba andare ad Auschwitz a toccare e a vivere quelle pietre per respirare di persona quel luogo di morte e di sofferenza nel quale si è esercitato il Male assoluto. Giuseppe Mazzini, che come sapete è il profeta del laicismo moderno, era in realtà un uomo molto religioso. Egli sosteneva che ci sono le religioni positive come il Cristianesimo, l’Islamismo, l’Induismo e le religioni laiche. Ognuna di queste religioni se ci fate caso ha un luogo simbolo dove chi le professa almeno una volta nella vita sente il dovere di andare. E così un cristiano almeno una volta nella vita deve andare a Gerusalemme dove ha predicato ed ha vissuto la sua passione Cristo, un islamista (per loro è addirittura prescritto nel Corano) deve andare a La Mecca a rendere visita alla pietra nera custodita nella Kaaba, gli induisti devono almeno una volta nella vita andare a Benares e bagnarsi nel sacro Gange. E poi, diceva Mazzini, c’è la religione laica che professa la fede nella libertà, nel rispetto della persona umana, nella tolleranza. Bene uno che professa nella propria vita la religione laica di cui parla Mazzini almeno una volta nella vita ha il dovere morale e civile di andare ad Auschwitz. Per questo ci sono andato. Può sembrare un ossimoro poiché Auschwitz rappresenta l’esatto contrario cioè l’inciviltà dell’intolleranza, la degradazione dell’uomo, la bestialità della violenza e della prevaricazione dell’uomo sull’uomo, il Male assoluto. Ma ad Auschwitz bisogna andare per camminare su quel selciato dove hanno camminato a piedi nudi e sotto la neve milioni di essere umani massacrati da altri uomini più vicini alle bestie che al genere umano, occorre toccare quelle pietre che raccontano la sofferenza, il dolore, l’umiliazione, la degradazione, la morte di milioni di persone inflitta loro in nome di una ideologia folle predicata da un folle che ha trascinato nella sua follia milioni di tedeschi, occorre entrare in quelle camere a gas dove milioni di uomini sono entrati nudi e tremebondi credendo di andare a fare la doccia mentre andavano a morire uccisi in un quarto d’ora dal micidiale gas cyclon B. Ad Auschwitz fra i lugubri edifici in mattoni rossi del campo di sterminio e le baracche di legno di Birkenau si respira un’aria di morte. Regna un silenzio greve ad Auschwitz. Finanche il colorito ciarlare dei turisti tace perché quel luogo va visitato in silenzio e pensando. Anche se me ne vergogno un po’devo confessarvi una mia debolezza. Io ci sono andato con lo spirito della ragione di chi ha fede nella religione laica della libertà e la concretezza dello storico che vuole capire, vedere e toccare con mano perché un conto è la lettura di libri, le foto, i documentari e i films, un altro conto è ascoltare di persona il racconto di quello pietre che parlano non solo all’intelligenza ma soprattutto al cuore col quale non avevo fatto i conti. Di fronte alle ciocche di capelli umani, agli occhialini da vista, ai pennelli da barba, alle spazzole, alla valigie cariche di sogni e di sofferenze di uomini realmente vissuti, di fronte alle scarpe e alle carte di identità di quei milioni di derelitti, tutti oggetti accuratamente raccolti ed esposti come reliquie nelle teche, la ragione ha ceduto, ha smesso di pensare e per un momento ho avvertito le lacrime rigarmi il volto. Per pudore mi sono allontanato dal gruppo. Quei capelli non erano oggetti qualunque, appartenevano ad uomini, donne, vecchi, bambini, cioè esseri umani e quei pennelli da barba e occhialini da vista erano non oggetti qualunque ma testimonianze di un vissuto quotidiano, in quelle valigie di cartone c’erano le speranze, i ricordi, le vite di milioni di persone portate al massacro. Quello non era un museo ma un cimitero con i corpi presenti. E poi la barbarie dei forni crematori e il lugubre fumaiolo che fuoriesce dalla collinetta sotto cui sono ubicati i forni. Gli occupanti del campo vedevano quel camino fumare ogni giorno senza interruzione. Erano le vite dei loro compagni che andavano in fumo. Eppure in quel luogo di morte e di dolore confesso solo un attimo di legittima gioia. E’ stato quando la guida ci ha mostrato proprio davanti ai forni la forca perfettamente conservata sulla quale è stato impiccato Rudolf Hoss il direttore del campo di Auschwitz giudicato a Norimberga e condannato all’impiccagione eseguita il 16 aprile del ’47 proprio davanti ai forni crematori del campo da non confondere con Rudolph Hess il gerarca nazista fedelissimo di Hitler anche lui giudicato a Norimberga che però se la cavò con l’ergastolo e che è morto a 93 anni a Berlino. E poi Birkenau e i binari sui quali il lugubre stridio dei freni delle rotaie nella notte accompagnava le urla di disperazione dei derelitti che venivano sottoposti alla macabra contabilità tra sani e malati attraverso un pollice dritto o verso che decretava per i sani la vita e i campi di lavoro e per i malati la camera a gas. Esattamente come accadeva nelle arene dei romani con i gladiatori. Arbeit Macht Frei, il lavoro nobilità l’uomo. I nazisti avevano un lugubre senso dell’ironia. Mentre milioni di persone morivano nelle camere a gas diffondevano nel campo da altoparlanti e facevano suonare ad improvvisati musicisti musiche di Bach, Beetohoven e soprattutto Wagner l’autore preferito da Hitler. Ad Auschwitz in maniera raffinata era scientificamente, meticolosamente e sistematicamente preordinato non tanto lo sterminio di una razza ma l’umiliazione dell’uomo per togliergli l’unica cosa che gli rimaneva, la dignità. Primo Levi, che da questi posti è uscito segnato tanto che ne è morto suicida, scrive che la vera lotta ad Auschwitz non era quella di salvarsi la vita ma quella di non perdere la dignità di uomo. Ad un uomo infatti, scrive Levi, tu puoi togliere tutto, i vestiti, gli affetti, le persone care, i beni, finanche la vita. L’unica cosa che non puoi togliergli è la dignità. E l’uomo che una raffinata, peversa e sadica intelligenza mette nella condizione di rubare una patata ad un bambino per nutrirsi e sopravvivere è un uomo al quale si intende togliere non la vita ma la dignità. Questo è Auschwitz. E ad Auschwitz bisogna tornare per non dimenticare e perché quella folle barbarie non abbia mai più a ripertersi.

Mario GUADAGNOLO

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