“À une marche”

di Fernando Blanda

Dopo il positivo risultato delle elezioni francesi, ritengo ci sia bisogno di un salto di qualità nel dibattito in atto nella sinistra europea invero alquanto carente. Molti sono i temi da affrontare, ma in questa sede vorrei accennarne uno che sento in modo particolare, giusto per fare un po’ d’ordine nei miei pensieri alquanto confusi dagli ultimi avvenimenti politici in Europa ed in Italia, e sperando di fornire un modesto contributo alle discussioni che teniamo tra amici e cosiddetti “vecchi compagni”. Credo occorra partire da una ricognizione delle forze in campo a livello europeo innanzi tutto, e poi a livello nazionale, per raccogliere le energie positive e rilanciarle in un progetto neoprogressista. Nonostante la più che evidente grave crisi politica generale, nel panorama continentale sono ancora presenti ed hanno un loro peso movimenti politici che fanno riferimento alla sinistra socialdemocratica, con le notorie cinquanta sfumature di rosso, e formazioni di matrice liberaldemocratica, anch’esse con alcune articolazioni in senso più o meno progressista. Ebbene, ritengo sia giunto il momento per stipulare un’alleanza strategica tra socialismo democratico e liberaldemocrazia in Europa così come nelle singole nazioni, compresa ovviamente l’Italia. Tale alleanza dovrebbe essere fondata su un insieme di valori che rilancino su basi innovative l’economia, la responsabilità e l’apertura alla società da parte del capitale, la partecipazione attiva alle ragioni d’impresa da parte di tutto il lavoro economicamente subalterno, riscoprendo ed estendendo il dialogo sociale e la codeterminazione, progettando sistemi di protezione dei più deboli dinamici e non assistenziali, mettendo sotto stretto controllo le distorsioni prodotte dalla finanza speculativa e dalle disuguaglianze fiscali, allo scopo di incrementare la produttività di sistema, obiettivo da perseguire ad ogni livello, insieme a quello assolutamente centrale di creare lavoro buono. Da non dimenticare la programmazione di forti investimenti in istruzione, ricerca ed innovazione, operando sinergie tra pubblici e privati. Ad indispensabile corollario occorrerà proseguire nell’affermazione dei diritti civili. Complessivamente occorrerà promulgare programmi fondamentali a misura delle diverse realtà nazionali e territoriali, ma soprattutto rompere ogni indugio conducendo una battaglia politica e culturale a tutto campo verso e per gli Stati Uniti d’Europa. Questo è l’unico scenario possibile da cui guardare al nostro futuro, una dura ma esaltante necessità per tutte le forze democratiche e riformiste. Di questo ci dobbiamo rendere conto, soprattutto chi come il sottoscritto si ispira ai valori del socialismo democratico. Occorre fare un discorso di verità. In Francia il partito Socialista si è disarticolato tra chi, come Macron ha scelto una via liberaldemocratica al riformismo, chi ha reagito alle difficoltà radicalizzando il proprio riformismo e chi vive un vero e proprio stato confusionale. In Spagna è avvenuto qualcosa di simile con un partito socialista messo in grossa difficoltà da Podemos, ma tra i due litiganti vince il centrodestra. In Inghilterra invece è tutto il partito laburista ad aver svoltato a sinistra con Corbyn, ma l’elettorato pare non gradire. In Germania si dice che i socialdemocratici tengono, ma non sapendo quanto davvero potranno pesare alle prossime elezioni politiche, non dimenticando che anche in quel paese c’è una sinistra radicale che gioca una partita tutta sua. Insomma, in Europa noi socialisti siamo in grave difficoltà, rischiamo persino di andare in frantumi, ma i liberaldemocratici, a loro volta son ancora deboli e con scarso consenso elettorale. La situazione della sinistra in Italia è nota, ma un elemento di evidente novità è la leaderschip liberademocratica del PD da parte di Matteo Renzi, di quella liberaldemocrazia invero scarsamente rappresentata sino ad ora. Renzi però non commetta l’errore di ignorare che nel PD è ancora viva e portatrice di risorse positive una componente che fa riferimento alla cultura politica del socialismo democratico, che non è solo rappresentata dai pur autorevoli esponenti politici nel partito a livello nazionale. Quella cultura vive ed opera in tanti di quelli che hanno votato alle primarie, anche Renzi, molti anche per liberare la suddetta cultura socialista dalle ambiguità e dalle contraddizioni del dalemismo. In questo senso il PD può essere un laboratorio anche per l’Europa, per fondere nel fuoco dei processi sociali e politici le uniche due culture politiche che sono in grado di contrastare destre vecchie e nuove, estremismi inconcludenti, confuse rivoluzioni virtuali, e che ci possono davvero portare fuori dalla crisi di sistema che rischia di soffocare la stessa democrazia, a condizione che il confronto politico nel partito, ma anche gli eventuali scontri avvengano a quel livello. Basta davvero con renziani ed antirenziani, i posteri non ce lo perdonerebbero.

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